IL CANTO NOTTURNO
La stagione recanatese dei grandi Lilli, si chiude con il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, composto tra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1830.
Leopardi qui non interviene direttamente con il proprio, io, come negli alti idilli, ma indossa vestì non sue, ripetendo il contegno già messo in atto nel Bravo minore e nell’Ultimo canto di Saffo, e soprattutto in quest’ultimo.
La luna che, ponendosi come termine del colloquio e oggetto della contemplazione del poeta , è invocata, lungo tutto l’idillio, mediante una serie di vocativi affettuosi, assume nella sua realtà pittoresca, una funzione paesistica che sembrerebbe estranea ad ogni suggestione di natura grandiosamente cosmica o astrale.
Eppure il paesaggio del Canto notturno, il sentimento dello spazio in esso operante, non è più quello degli idilli. Alle prospettive ariose e insieme raccolte di Recanati, subentra un paesaggio nudo, povero di indicazioni, senza confini precisi, di un’inquietante configurazione.
La luna qui manda, con la sua bianca e recente luce, le ombre giù da colli e da tetti nello spazio familiare del villaggio, ma risplende sui deserti, su queste valli, e viene a illustrare uno spazio che, nonostante quei rari cenni alle erbe e alle fontane ed erba, rimane nella memoria quel deserto piano, Che, in suo giro lontano, al ciel confina, nel quale s’innalza l’aria infinita, in cui si vedono anche le stelle e si osserva il profondo infinito sereno con la sua solitudine immensa.
Uno spazio cosmico dunque, che vive, nella componente terrestre, anche per la suggestione che emana dalla strofa del Vecchierel bianco, inferno, che cammina.
Come il sentimento dello spazio, così appare diverso, nel canto notturno, il sentimento del tempo. Non si tratta più di un tempo umano valutato in sé, nel suo ritmo di passato presente e futuro, ma di un tempo umano paragonato al tempo cosmico, di un’insignificante durata posta a confronto di una durata infinita.
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