Untitled Se a Panama, a un turista normale, sconsigliano di visita re un determinato quartiere, un turista normale non lo visita. Duccio Canestrini, che è molto altro rispetto a un turista normale, invece lo visita, matematicamente certo di essere derubato. Per vedere l'effetto che fa. La matematica non è un'opinione e Duccio Canestrini viene in effetti derubato, per la prima volta nella sua vita di turista. Viene in mente una storia di Stefano Benni, raccolta in "L'ultima lacrima": un signore elegante, per scelta ideologica, decide di viaggiare in treno in una specie di vagone di disperati. E viene derubato. L'uomo del racconto di Benni dice alla fine della storia: "Non ho cambiato idea, sa!" Il narratore dell'apologo commenta: "E io pensai tra me: -Questo è un uomo -". "Non sparate sul turista", l'ultimo libro di Duccio Canestrini edito da Bollati e Boringhieri, è un volumetto utile, seducente, curioso, che mescola ricerca bibliografica, aneddotica, divagazione letteraria, consigli, proposte. La saga del turismo di massa, di cui Canestrini è forse il maggior cantore italiano, si arricchisce in quest'ultimo volume degli echi dei traumi che sta attraversando il mondo dopo l'11 settembre. Viaggiare è il modo più comune per conoscere e interessarsi ad altre culture. Chiunque, dopo un viaggio in Egitto, diventa esperto di egittologia. Ma quando si vive, volenti o nolenti, in un'epoca come la nostra di scontri tra civiltà, venire a contatto con altre culture può essere un'impresa piuttosto difficile, specie per quel turismo riassumibile nell'immagine dell'"immacolato viaggiatore" che vorrebbe essere il meno disturbato possibile nella sua consultazione della guida del Touring. Il viaggiatore immacolato finisce così per barricarsi. E più si barrica, più si sente minacciato. "Non sparate sul turista" percorre il tema del viaggio e del pericolo, partendo dalle ataviche, barzellettare paure dell'uomo nero potenzialmente cannibale per arrivare alla paura indotta dai tanti meccanismi iper-tecnologici di protezione e di sicurezza. Di fatto, oggi l'occidentale che viaggia viene considerato, a torto o a ragione, ambasciatore della civiltà dell'abbondanza e corresponsabile di un ordine politico-economico. Si trova così ad essere un preda assai ambita: nella sua veste crapulona, dalle mani di coloro che vedono nel turista (e qui non occorre andare in luoghi tanto esotici) solo un pollo da spennare; nella sua veste di imputato della politica estera della propria nazione, da quelle di terroristi in cerca di carne da sequestro o peggio. Conteso tra questi Scilla e Cariddi, al viaggiatore apparentemente non resta che battere in domestiche ritirate, concentrarsi sugli agritur in Toscana, riscoprire le città d'arte europee. La mission del moderno viaggiatore potrebbe riassumersi in uno slogan: mangiare e non essere mangiati. Perché viaggiare rimane comunque un obbligo: se non si viaggia, non si ha niente da raccontare. Tramontata l'epoca fantozziana delle serate di d Continua »