negli spazi romani di Palazzo Valentini, offre un quadro complessivo di ciò che è stata la politica artistica del fascismo dur negli spazi romani di Palazzo Valentini, offre un quadro complessivo di ciò che è stata la politica artistica del fascismo durante il Ventennio. Animo in fondo romantico, convinto dell'autonomia spirituale dell'arte, Mussolini aveva affermato nel 1923, sulle pagine de "Il Popolo d'Italia": "Dichiaro che è lungi da me l'idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all'arte di Stato. Lo Stato ha un solo dovere, quello di non sabotarla...". Pare, quindi, che Mussolini, nei primi anni del fascismo, non fosse molto propenso a promuovere un'arte di stato e di regime! Poi, avrebbe cambiato idea, aiutato soprattutto da una donna, Margherita Sarfatti (scheda biografica nella seconda guerra mondiale fra i personaggi), che riesce a convincerlo sull'importanza che avrebbe avuto, anche ai fini della politica fascista, la promozione di uno stile che fosse allo stesso tempo nazionale e moderno. Mussolini voleva cambiare radicalmente l'Italia: voleva modernizzarla, evolverla economicamente e culturalmente, trasformarla in una potenza mondiale in grado di dettare legge come un tempo aveva fatto Roma. Quale strumento migliore dell'arte per costruire, diffondere, dare letteralmente "forma" a questa nuova identità? La Sarfatti lo aveva capito, anche se da un punto di vista culturale più che politico: se il fascismo voleva essere una nuova civiltà, come Mussolini affermava, non poteva esimersi dall'esprimere una sua arte. E così è stato; dopo le esitazioni iniziali, le ricorrenze per il decimo anniversario della Marcia su Roma (1932) hanno dato il via a un programma sempre più intenso e sistematico di iniziative promosse dal regime. Attraverso l'arte e l'architettura, il fascismo si avvia a diventare "immagine". Ma la Sarfatti non fa più parte del gioco, ingenerosamente liquidata dai gerarchi che si preoccupavano della sua influenza sul Duce. Prima ancora che il fascismo potesse stabilire una propria politica artistica, sono stati gli artisti a offrire la possibilità del proprio apporto al disegno culturale fascista; infatti, erano già arrivati a concepire uno stile moderno e nazionale, come ad esempio i pittori di "Novecento". Bisognava fondare un nuovo ordine, un nuovo classicismo in cui da una parte si guardasse alla tradizione latina e rinascimentale, dall'altra al plasticismo cubista e alle atmosfere rarefatte della Metafisica. Da Novecento sarebbe emersa la personalità di Sironi, il maggior teorico di una nuova arte fascista della società di massa; ma Sironi è stato fascista per conto proprio, non ha direttive dall'alto, è totalmente convinto dell'utilità del progetto di Mussolini. E' in questa dialettica fra politici e artisti, che va inquadrata l'intera strategia del fascismo volta a creare un nuovo stile nazionale. La politica dà l'ideologia, i progetti generali, i contenuti propagandistici; gli artisti hanno la "liber Continua »