LA CONCEZIONE DELLA STORIA Alla base del pensiero di Dante sta la visione religiosa della realtà: è essa a dare unità a tutti i fenomeni. Da tale visione dipende una concezione della storia come rivelazione delle verità cristiane. Il momento discriminante e centrale dell'incarnazione di Cristo e della sua predicazione divide in due la storia dell'uomo separando la fase pagana da quella cristiana; tuttavia tale momento non è percepito come origine di un conflitto tra epoca pre-cristiana ed era volgare: infatti anche la civiltà classica è inserita all'interno della prospettiva aperta da Cristo ed è concepita come sua preparazione e come suo annuncio. In Dante è del tutto assente il sentimento moderno della causalità storica (per cui i fatti che seguono risentono di quelli che precedono e non viceversa) come mostrato per esempio dalla divisione dei beati in Paradiso, nelle due schiere di coloro che avevano creduto in Cristo già venuto e di coloro che avevano creduto in Cristo venturo. Manca ogni valutazione della specifica diversità del passato. Anche il passato è guardato dal punto di vista del presente: tutta la civiltà pre-cristiana è reinterpretata alla luce del cristianesimo. Tale tendenza si ricollega al sincretismo proprio della cultura di Dante, il quale concepì la classicità come una vera e propria prefigurazione del cristianesimo. Con l'esilio e le peregrinazioni, il pensiero politico di Dante matura il rifiuto della frammentazione prodotta dall'esperienza dei comuni e rilancia il modello universalistico. Dante afferma la legittimità completa del potere imperiale fondato sulla tradizione romana e voluto da Dio per rimediare, con la forma più giusta di gestione politica,alla degenerazione della storia umana. Alla contrapposizione tra Impero e Chiesa che segnato i secoli precedenti, Dante sostituisce una loro reciprocità di funzioni nel garantire la felicità terrena e soprattutto la salvezza eterna degli uomini: all'imperatore spetta intero il potere temporale, cioè materiale, al Papa, quello spirituale; quindi è da ritenersi nulla la Donazione di Costantino che assegnava al Papa il controllo sulle regioni (Par sei): né l'imperatore aveva il diritto di cedere una parte dell'Impero, né il Papa la possibilità di accettare beni materiali data l'esplicita proibizione del Vangelo. Dante afferma che entrambe le autorità derivano direttamente da Dio e sono perciò tutte e due prive di ogni forma di subordinazione reciproca. Entrambe sono destinate alla realizzazione dell'uomo, nel rispetto però della sua duplice natura, insieme materiale e spirituale, e del conseguente duplice fine di esso: la felicità terrena (che spetta all'imperatore garantire) e la beatitudine eterna (la cui responsabilità ricade invece sul Papa). Quindi l'imperatore e il Papa sono chiamati a servire un unico ispiratore, Dio, realizzandone la volontà in modi e campi diversi. Un Impero ha la stessa durata e compiti paralleli alla Chiesa. Il primo si realizza pienamente solo in q Continua »
Alessandro Mazzini analizza e spieg... guarda il video »