PLATONE Apologia di Socrate Il documento più ricco, dal quale possiamo attingere notizie sul processo contro Socrate, è appunto lApologia di Socrate, scritta qualche anno dopo la causa da Platone. Non possiamo però considerare questo libro come una fonte oggettiva, perché Platone si propone di celebrare Socrate, essendo stato suo discepolo. Le accuse rivolte a Socrate sono varie, ma sostanzialmente se ne ricavano due: Perde tempo a indagare sul cielo e sulla terra. Corrompe i giovani e crede a divinità nuove introdotte da lui. Quella che si ritiene ufficiale è la seconda, perché presentata dagli accusatori. Socrate comincia la sua difesa dichiarando che nonostante i suoi accusatori abbiano parlato in modo pomposo e appariscente, non è detto che dicano la verità. Al contrario lui parlando semplicemente dirà sicuramente cose vere, come si addice ad un buon oratore. Poi si rivolge ai giudici esortandoli a non far caso a come si parli, ma a cosa si dica. Egli si presenta alla difesa negando di fare ricerche naturalistiche, che per alcuni apparivano come mancanza di fede negli dei e quindi contrarie ai principi della polis, ma di cercare di verificare, attraverso molte indagini presso politici, poeti e artigiani, la tesi delloracolo di Delfi, secondo la quale lui era il più sapiente. Interrogando queste persone ritenute sapienti - utilizzando la propria ironia e larte della maieutica - capisce che costoro non sono affatto saggi. Così egli scopre il significato delloracolo: lui era sapiente perché si era reso conto di non sapere. Lodio contro Socrate accresce anche perché i suoi discepoli continuano questa ricerca tra coloro che si sentivano saggi, smascherandoli e sminuendoli. Difendendosi dallaccusa di corrompere i giovani, fattagli da Melèto, incolpa il suo accusatore di non sapere cosa sia leducazione dei ragazzi e che comunque non li corrompe, ma se lo facesse, lo fa involontariamente. Quindi dice che, prima di lui, le teorie sul cielo e sulla luna erano state pronunciate da Anassagora e che i demoni, ai quali secondo loro crede, sono comunque figli degli dei. Cercando di discolparsi, reputa un grosso errore la sua eventuale condanna a morte, in quanto lui è un dono di Dio, essenziale agli Ateniesi per stimolarli, come fa un cavaliere con un pigro cavallo, e uccidendolo faranno unoffesa allo stesso Dio. Dice che non entra in politica perché chi combatte per la giustizia deve essere un privato cittadino. Continua sostenendo che non ha mai impedito a nessuno di ascoltarlo, non ha mai chiesto denaro per parlare e che, se quelli che lo hanno interrogato o ascoltato sono diventati ingiusti, non è stato di certo per colpa sua, perché non ha mai promesso di insegnare e mai ha insegnato. Continua la sua difesa interrogando retoricamente i giudici sul perché quelli che sono stati corrotti - secondo gli accusatori - da lui, non si sono ribellati. Socrate si è rifiutato di impietosire i giudici perché non sarebbe stato onorevole né per sé, né per la città e Continua »
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