Il Pensiero Di Pirandello - Appunti di Italiano gratis Studenti.it

Il pensiero di Pirandello: “La pazzia è una forma di normalità”il pensiero pirandelliano espresso in modo esplicito ed efficace..molto dettagliato. (5 pagine formato doc)

VOTO: 5 Appunto inviato da corallina85

Luigi Pirandello Luigi Pirandello “La pazzia è una forma di normalità” Ho scelto Luigi Pirandello come punto iniziale del mio esame di 3°media perché lui ha saputo assaporare dal vero il dolore della pazzia, dato che la moglie era malata di mente. “La pazzia è una forma di normalità”, questa è una delle sue citazioni più celebri; egli, infatti, riteneva che ogni essere umano ha più facce, che oltre ad essere generate dall'opinione che gli altri hanno su di noi, esprimono ciascuna un nostro lato, quello dolce, quello scherzoso, quello amichevole, quello passionale, quello cattivo e…quello pazzo, che dunque è una parte di noi; c'è chi più e chi meno, ma in fondo siamo tutti pazzi, o almeno folli, per questo la pazzia è una forma di normalità. La vita Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867 da una famiglia molto patriottica e che si era arricchita con l'estrazione e il commercio dello zolfo. Visse una giovinezza agiata. Dopo gli studi liceali a Palermo, si iscrisse alla facoltà di lettere di Roma, ma, insoddisfatto dell'insegnamento, si trasferì a Bonn, dove si laureò nel 1891 in glottologia. In Germania, iniziò a comporre poesie, la sua nuova passione, che scrisse sia in Germania, sia al rientro in Italia; ma progressivamente la poesia divenne un fatto secondario, sentendosi invece attratto dalla vocazione di prosatore, come narratore e come saggista, e dall'amore per il teatro. Nel 1894 aveva sposato la figlia di un socio del padre, Antonietta Portulano, e il matrimonio, allietato dalla nascita di tre figli, fu poi sconvolto dal fallimento della ditta paterna e, più gravemente, dalla malattia mentale della moglie. Per provvedere ai bisogni della famiglia, lo scrittore assunse l'insegnamento della stilistica nel magistero femminile di Roma, nel quale insegnò prima come incaricato e poi come ordinario dal 1897 al 1922, senza entusiasmo, ma non senza impegno. L'interesse più vero non andava però alla teoria bensì all'attività creativa. Fu infatti nei romanzi e nelle novelle che egli dissolse i modi tipici del verismo, che, ancora evidenti nel romanzo “L'esclusa” (1901) e nelle prime raccolte di novelle lasciano poi solo pallide tracce nei romanzi successivi e nelle novelle della maturità Al teatro cominciò a dedicarsi per un'occasione esterna, quando nel 1910 Nino Martoglio ottenne di rappresentare un suo atto unico del 1898, “La morsa” (originariamente intitolato “Epilogo”) e la riduzione in atto unico, espressamente richiesta, della novella “Lumìe di Sicilia”. Altri esperimenti teatrali furono tentati negli anni successivi, senza vera convinzione, fino a quando nel 1916 e 1917, cedendo alle richieste di Angelo Musco, scrisse “Pensaci, Giacomino!”, “Liolà”, “Il berretto a sonagli” e “La giara”(1917); dello stesso 1917 è anche “Cosi è”. Fu quello il momento determinante che lo portò all'attività teatrale co Continua »

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