Nasce a
Pescara nel 1863, in una famiglia borghese, studiando al collegio Cicognini di Prato; esordisce nel 1879 con un libretto di versi, Primo vere, accolto con favore. A diciott’anni, a
Roma, durante il periodo universitario poi abbandonato, frequenta i salotti bene della città e le redazioni dei giornali. Acquista fama con versi di contenuti erotici, scandalosi, con duelli e avventure lussuose e galanti. Si crea la maschera dell’esteta, sensibile e in rottura colla mediocrità borghese. Fa della propria vita un’opera d’arte, attento costantemente ad essa.
Negli anni 90 del XVIII sec. vive una svolta che lo avvicina a
Nietzsche, col mito del superuomo, interpretato erroneamente da DA come energia eroica, di bellezza e attività che costituisse l’esempio del vivere inimitabile, eliminando le norme del vivere comune. Importanti frequentazioni, abiti eleganti, case da sogno, vita principesca e amori tormentati, come quello con Eleonora Duse.
Voleva mettersi in primo piano nell’attenzione pubblica, per vendere meglio la sua immagine e i suoi prodotti letterari, pagati con fiumi di denaro sempre insufficienti alle sue esigenze di lusso. Ciò che ostentava di disprezzare, borghesia e denaro, lo ricercava in una puntuale smentita del suo mito supero mistico. Legato al mondo borghese, disprezzava la massa, pur costretto a lusingarla e solleticarla. Oltre ai sogni estetici vagheggiava anche di politica, tentando nel 1897 l’avventura parlamentare, deputato di estrema destra.
Disprezzava i principi democratici ed egualitari, col sogno di una grande Roma, di una nuova aristocrazia, di un’Italia imperiale. Nel 1900 passa allo schieramento di sinistra, con “Vado alla vita!”, dimostrando il suo irrazionalismo estetizzante e vitalistico, manifestazione di energia vitale indipendentemente dall’orientamento ideologico. Si rivolse anche al teatro con l’intento di raggiungere il grande pubblico che gli affibbiò il
titolo di Vate, con La Città morta; arrivò a punte divistiche, negli atteggiamenti, nelle idee, nel parlare. Nel 1910 fugge in
Francia per sottrarsi ai creditori, e nell’esilio coatto si adatta la nuovo ambiente, scrivendo addirittura in francese. Non interruppe mai i legami con l’Italia.
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