Dalla seconda metà dell’Ottocento si inizia a parlare compiutamente di “mercificazione dell’arte”; nasce un parallelo tra letterato e prostituta colpevoli di vendere rispettivamente arte ed amore. Decade quindi la figura del letterato cortigiano e nasce quella del letterato proveniente dalla borghesia che concepisce il proprio lavoro come inserito in un processo produttivo e che si considera produttore di prodotti del proprio ingegno da vendere nel mercato ad una vasta opinione pubblica. Il fenomeno delle cosiddette “lettere prostituite” era però già presente nel secolo avanti, sia Parini che Foscolo avevano esplicato la loro contrarietà e confermato il ruolo importante della poesia. Accanto a quella che è la mercificazione dell’arte troviamo la perdita di identità del poeta; alla fine del secolo assistiamo allo sgretolamento dell’immagine forte dell’io soprattutto sotto i colpi della filosofia di Nietzsche e la psicoanalisi di Froid. Nella prima metà del Novecento, la crisi dell’io esploderà, simultaneamente a due guerre mondiali, improntando tutta la cultura europea. La cultura ottocentesca è dominata da una concezione dell’io come figura assolutistica, già in questo periodo è riscontrabile il tema della crisi della soggettività portato avanti dalle tesi di Schopenauer in filosofia (vedi Il mondo come volontà e rappresentazione del 1818) e Leopardi in letteratura (vedi Canto notturno di un pastore errante per l’Asia del 1831). Continua »