Meriggiare pallido e assorto: analisi e figure retoriche

Meriggiare pallido e assorto: analisi del testo e figure retoriche della prima lirica della raccolta "Ossi di seppia" di Eugenio Montale (1 pagine formato doc)

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO: ANALISI E FIGURE RETORICHE

Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale: analisi del testo.

Scritta nel 1916 è la prima lirica della raccolta Ossi di seppia.
Del meriggio estivo, sono fissate qui alcune impressioni, frutto di una attenta osservazione piena di entusiasmo. Si ritrovano quelle esperienza di un fanciullo che, negandosi il riposo nelle ore più calde, segue assorto il muoversi delle formiche, le voci delle cicale e degli uccelli, la visione di un paesaggio. Ma ciò che stupisce è la triste conclusione alla quale il poeta giunge, espressione di un suo travaglio; cioè il paragonare la propria vita a un continuo faticoso andare lungo una muraglia, nell’anelito di superarla per vedere cosa ci sia di là: inutile sforzo perché la muraglia ha la cima orlata di cocci taglienti. È un’amara osservazione, si direbbe la conclusione di un pessimista, che si sente vinto dagli ostacoli della vita.

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO: FIGURE RETORICHE

Ma forse è una fugace impressione giustificata dal peso di un’ora afosa e non le dobbiamo attribuire che un significato contingente.
La lirica è costituita da quattro strofe nelle quali si alternano novenari, decasillabi e endecasillabi. Le prime tre strofe sono costituite da quattro versi, l’ultima da cinque. A livello fonetico vi è la frequenza di consonanti doppie (meriggiare pallido e assorto, presso, schiocchi, scricchi, picchi) e delle i. Altri suoni ricorrenti sono la r unita alla o (assorto, rovente, muro, orto) e i gruppi, st, sc, sch (sterpi, schiocchi, frusci, scricchi).

Nei vv. 11-12 vi è rima (scricchi/picchi) e nell’ultima strofa la rima è caratterizzata dalla ripetizione di suoni simili: abbaglia, meraviglia, travaglio, muraglia, bottiglia.
Nella lirica ci sono molti infiniti che la rendono priva di ogni soggettività. I verbi all’indicativo presentano la realtà esterna al poeta nella sua oggettività. L’aggettivo viene posto sempre prima del sostantivo, per mettere in evidenza la sua qualità.