MEDICINA DEL LAVORO
La medicina del lavoro compare per la prima volta nelle edizioni del 1700 e del 1713 del libro “De Morbis Artificum Diatriba” di Bernardino Ramazzini, dove si discuteva delle malattie in relazione al lavoro.
La manifestazione clinica e patologica della maggior parte delle malattie di origine ambientale non sono distinguibili da quelle delle malattie di origine non ambientale. Ad esempio, il tumore al polmone da inalazione di cromo non è distinguibile da un tumore al polmone da fumo.
È necessario quindi valutare il rischio, cioè un’esposizione reale e compatibile con la malattia (anamnesi).
Per alcune malattie vi è la possibilità di fare dei test, come per l’esposizione a metalli pesanti.
Le malattie professionali sono definite dalle caratteristiche delle cause e non dalle caratteristiche nosologiche. Gli effetti delle esposizioni lavorative (e ambientali) si sviluppano dopo un periodo di latenza
biologicamente compatibile (ad esempio, la cheratocongiuntivite da UV).
Se l’insorgenza è insidiosa è difficile definire quando è avvenuta l’esposizione. Un esempio è l’esposizione a rumore sul luogo di lavoro:
si perde la capacità di recupero.
Un altro esempio è la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO):
l’attribuzione probabilistica è portata da più cause, anche non lavorative.
Il livello di esposizione è un predittore del tipo di effetto. Il NOEL è il No Effect Level, cioè la dose a cui non mi aspetto effetti, se non nelle persone ipersuscettibili.
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