L’opera di rottura con il passato iniziò con la musica di Debussy, nella seconda metà dell’Ottocento: il periodo in cui egli è vissuto (1862−1918) coincide infatti con la corrente dell’Impressionismo. La maniera di comporre di Debussy può essere paragonata al modo di dipingere degli impressionisti: il modo con cui egli utilizzava i suoni degli strumenti è molto simile a come i pittori impressionisti utilizzavano i colori. Il proseguimento di questa opera di rottura dal passato si ebbe in Francia dove, grazie al distaccamento dalle influenze dell’Impressionismo, venne adottato in musica un linguaggio più razionale e definito. Nella stessa epoca, in ambito austro-tedesco, la reazione all’Impressionismo si attuò, attraverso la figura di Arnold Schoenberg, nella nuova tendenza dell’Espressionismo. Lo scopo di Schoenberg era suscitare nel pubblico reazioni istintive, ma allo stesso tempo inaspettate, proponendo un’espressione drammatica degli argomenti da lui trattati (come accadde al termine dell’opera “Un sopravvissuto di Varsavia”, nella quale furono descritte le atrocità compiute dai tedeschi ai danni degli ebrei nei “Lager” nazisti: in tale occasione, infatti, il pubblico non applaudì, ma rimase in silenzioso raccoglimento). Per fare ciò il linguaggio di Schoenberg si riferì ai principi della musica atonale, cioè la musica che si contrappone alla musica tonale (che risponde alle leggi dell’armonia) e che risulta perciò sgradevole all’orecchio. Schoenberg si impegnò inoltre a rinnovare il linguaggio della musica con l’invenzione della cosiddetta “dodecafonia”, una tecnica che non utilizzava i sette suoni delle scale tonali, ma tutti i dodici suoni della scala cromatica, comprendente anche le alterazioni. Essi non potevano però essere utilizzati liberamente, ma dovevano formare un’articolata successione, chiamata “serie”. In essa nessun suono poteva essere ripetuto prima che fossero apparsi tutti gli altri; inoltre erano particolarmente importanti i vari intervalli posti a separare i diversi suoni. Continua »