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Tutte le sfaccettature del concetto di violenza: razzismo, violenza sulle donne, sui bambini, sugli anziani,sugli animali e contro la natura. (20 pag - formato word) ( formato doc)

VOTO: Appunto inviato da dali

La Guerra La Guerra Bosnia: alla ricerca dell' innocenza perduta Il nome di Suada Dilberovic probabilmente non dice molto. Si mescola e si perde nella mattanza della guerra che ha investito la Bosnia Erzegovina. Ma è invece un ricordo emblematico…………. All'alba del 5 aprile 1992 i cecchini serbi, appostatisi sulle alture, aprono il fuoco sulla folla, le cui uniche armi erano i cartelli “Mi smo za mir “: Noi siamo per la pace. La prima donna ad essere uccisa è una giovane di Dubrovnik, giunta a Sarajevo per testimoniare la voglia di pace. Si chiamava Suada Dilberovic. Da allora i morti sono diventati circa 300 mila, gli sfollati oltre 600 mila. La scomparsa dello Stato jugoslavo della scena storica attraverso una guerra nefasta come quella che ha colpito la Bosnia Erzegovina e la Croazia ha portato poi con sé gli orrori della pulizia etnica, un altissimo numero di rifugiati, gravi conseguenze sociali. Rimuovere dalle menti le atrocità vissute è spesso impossibile… (DA “SPECCHIO” n° 92) LA GUERRA E' FINITA MA LA PACE NON DECOLLA. La Bosnia Erzegovina, uscita dagli accordi di Dayton, è ancora un Paese virtuale, diviso dai rancori e dai ricordi. IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL' AIA E' STATO INCARICATO DI GIUDICARE I CRIMINI CONTRO L' UMANITA' NELL' EX JGOSLAVIA. Negli atti del tribunale si chiarisce che “il panico” era in realta' un attacco a un migliaio di profughi disarmati. Molti tentarono di fuggire nei boschi, furono catturati e giustiziati, altri si suicidarono per non arrendersi vivi. LA SITUAZIONE ATTUALE NON E' ANCORA CONSOLIDATA. IL PARADISO NON PUO' ATTENDERE: CAMBOGIA Succede, in Cambogia: prendi un taxi per Choeung Ek, 15 chilometri da Phnom Penh, emblema delle tante fosse comuni che i khmer rossi hanno disseminato nel Paese, dove un cenotafio pieno di tedeschi e un cartello che non menziona responsabili riassumono la tragedia: a destinazione, il taxista, sorriso dolcissimo e imbarazzato, ti confida che preferirebbe non trattenersi troppo: la sua famiglia è finita in quelle fosse. Meglio dimenticare. I corpi arrivano lì da Tuol Sleng, in codice S-21, la scuola francese di Phnom Penh che i torturatori avevano trasformato in campo di stermini grazie a pochi, semplici accorgimenti. Come chiude le balconate con reti. Caso mai qualcuno, sfuggito alla sorveglianza, pensasse al suicidio. Solo qui morirono in 20 mila: restano la loro foto, scattate prima, durante e dopo il trattamento. E resta una scritta: “Sotto tortura è vietato urlare”. A vent'anni dalla fine -ufficiale- del regime di Pol Pot, è ancora difficile stabilire il numero esatto dei cambogiani morti nella Kampuchea Democratica, sulla via di un improbabile socialismo agrario. Bastava conoscere una lingua straniera, o portare gli occhiali, per essere classificati -intellettuali, quindi controrivoluzionari- e finire bastonati a morte, sepolti in una risaia. Con la benedizione , o almeno nel silenzio, de Continua »

TAG: bosnia erzegovina LUOGHI: bosnia
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