Dagli anni'60 l'Italia da Paese d'emigranti è diventata un Paese di immigrati, specialmente di genere femminile, capovolgendo la figura retorica dell''immigrato maschio e solo. Uno status il loro che le pone al centro di conflitti sia nei riguardi della loro società di origine che nei riguardi del Paese che le riceve, donne che dovranno reinventare il loro ruolo per un reale inserimento e valorizzazione.
In questione puramente terminologica, l'emigrante è colui che lascia il suolo natio, l'immigrato è chi giunge in un Paese non suo; il termine migrante pone una diversa riflessione di tempo e di spazio , perché una persona può essere migrante nel suo Paese o in Paesi diversi, diciamo che è soggetta a mobilità. Inoltre gli immigrati sono tutti tali o solo alcuni (prendiamo l'esempio delle seconde generazioni) a seconda delle leggi del Paese ricevente : ad esempio l'immigrazione italiana in Francia è classificata come riuscita , altre paiono destinate a costituirsi come minoranze se non addirittura come sottoclassi e in questo caso c'è la possibilità non tanto remota della crescita della xenofobia e del razzismo.
In questa visione s'inserisce l'immigrazione al femminile che porta con sé tutto un suo peculiare bagaglio e storia, per cui si preferisce parlare di donne in migrazione. Le donne costituiscono circa la metà degli immigrati nel mondo sia per ricongiungimento familiare sia in un contesto di primo migranti e ciò è fenomeno considerevole, rilevato già nel '88 in un convegno patrocinato dall'UNESCO
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