Nel 1873 Cusumano pubblica una serie di articoli in cui afferma la validità dei "principi assoluti del laissez-faire (principio proprio del liberismo economico, favorevole al non intervento dello Stato.
Secondo questa teoria, l'azione del singolo, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe sufficiente a garantire la prosperità economica della società) nelle faccende economiche" e gli ideali del liberalismo politico ed economico.
Cusumano faceva intravedere l a possibilità di una via alla modernizzazione che trovava la sua ideologia nel socialismo della cattedra, cioè in una nuova scuola che non si accontentava dei principi assoluti, ma li metteva in relazione con la nazione, con il tempo e con le circostanze, e si dichiarava per l'intervento dello Stato.
La serie di articoli di Cusumano aveva spazzato via le illusioni risorgimentali e aveva messo a nudo le difficoltà pratiche della dottrina smithiana , mettendo sul tappeto la questione sociale e le proposte di soluzione della nuova leva dei cattedratici tedeschi che, individuando le debolezze del programma liberista, richiedevano un concretismo operativo, una ridefinizione degli indirizzi di politica economica, una nuova funzione economica ed etica dello Stato, un sostanziale ‘riformismo'.
A partire dal '74 si avvia la ricerca di una risposta ai problemi economici e sociali insorti in seguito ai processi d'industrializzazione in tutta Europa, e anche in Italia.
Il dibattito italiano se da un lato rivela la capacità della cultura nostrana di recepire e d'inserirsi nelle discussioni internazionali, dall'altro riflette il modo nuovo in cui viene interpretato.
In Italia, come in Germania, al centro del dibattito era il ruolo dello Stato nelle economie avanzate e le modalità "del suo intervento nella
soluzione della Questione sociale" .
La questione sociale rappresentava un problema comune a tutti i paesi capitalistici ed era presente, come scrive Cusumano, "non solamente in Germania e in Inghilterra, ma anche nella Spagna, nell'America e nell'Italia".
Protagonisti delle principali imprese giornalistiche degli anni 30-40 e poi della rivoluzione del '48, liberali e riformisti avevano alimentato, con le loro idee, il dibattito politico ed economico e avevano elaborato una teoria della storia sostanzialmente comune a molti intellettuali democratici.
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