Fra il V e il IV secolo emerge il conflitto di interessi fra patriziato e plebe che determina lo sviluppo delle istituzioni repubblicane. In questo periodo la carica monocratica del rex si avvia ad una graduale perdita delle sue caratteristiche e le sue funzioni sono ereditate dal rex sacro rum al quale
era interdetta però la carriera politica che, invece, era concessa al pontifex maximus. Nel mondo greco ma anche in quello romano-italico era insito il principio di egualitaria ripartizione del potere; ma l’esercizio di questo potere era riservato solo all’aristocrazia. Ma non bastava solo la nobilitas sanguinis per candidarsi alle magistrature, poiché la repubblica era concepita in maniera “compensativa”. Inizialmente la nobilitas era riconosciuta soltanto ai patrizi ma nella seconda metà del V secolo fu riconosciuta anche ai plebei.
La plebe cominciò così, dopo il ricorso sempre più esteso ad essa, a rendersi cosciente della sua indispensabile funzione nella vita civile e nell’esercito e fu desiderosa dapprima di limitare la propria esclusione dai diritti politici e civili, poi di condividere con il patriziato la possibilità di
candidarsi alle magistrature. Nonostante i plebei formarono delle proprie ricchezze con le imprese marittime, il commercio e il prestito di danaro ad interesse, permanevano differenze etniche fra patriziato e plebe. Inoltre la plebe rimaneva esclusa anche dalle assegnazioni di ager publicus ed era
ridotta alla sola coltivazione di appezzamenti di terreno ottenuti dal patriziato, che se ne serviva poi come massa di manovra elettorale.
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