L'unità d'Italia: Storia dell'unificazione italiana. (file.doc, 3 pag) ( formato doc)

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Armando Galluzzo 4ia 25-5-2001 L'UNITA' L'unità d'Italia raggiunta nel 1860 dopo due guerre è frutto della maturazione della società, di orientamento democratico, attuato da alcuni personaggi di rilievo i quali Cavour e Mazzini. Bisogna però ricordare che negli anni prima si erano avuti molti moti insurrezionali e che gli abitanti della penisola sentivano già di possedere una lingua comune, un modo di vita comune, infatti, nella seconda metà del 1840 si incominciava ad avere le prime teorie su un'ipotetico stato unitario, queste considerazioni sono state esposte da Giolitti con la teoria neoguelfa, con Balbo che teorizzava una federazione di stati con a capo il regno Sabaudo e Cattaneo che teorizzò una federazione di stati sul modello Svizzero o degli Stati uniti Ma l'artefice principale dell'unita fu Camillo Benson Conte di Cavour, che già capo del governo piemontese attuò una politica anti-austriaca che rispondendo mille voci che gli chiedevano di invadere con gli eserciti Piemontesi il regno lombarbo-veneto. Il quale tramite una fitta rete d'alleanze libero, la maggior parte dell'odierna Italia settentrionale, le delegazioni pontificie del centro insorsero e tramite peblisciti deliberarono la loro annessione alla regno piemontese, il sud fu liberato da un grande personaggio Giuseppe Garibaldi che sbarcando a Marsala, da Quarto (Genova), con mille, o poco più, garibaldini liberò la Sicilia e con l'aiuto, non ufficiale, del Regno Sabaudo arrivò fino a Napoli dove incominciò a marciare per Roma, però fu fermato da Vittorio Emanuele II, il quale temeva un'intervento delle potenze cristiane (la Francia). I problemi furono molteplici: la leva obbligatoria, l'eccessiva pressione fiscale, con la tassa del macinato, la non adeguata distribuzione delle terre comuni o del clero, il brigantaggio meridionale, la povertà generale o meglio il lavoro minorile, connessa all'analfabetismo generale e la questione romana: 1)La povertà delle famiglie lavoratrici e scolarizzazione sono stati storicamente fenomeni in concomitanza, infatti più si diffondeva la politica del lavoro minorile, più cresceva il numero di coloro che non potevano frequentare la scuola. Inoltre se si esclude il Lombardo-Veneto che era stato precedentemente austriaco, in tutti gli stati italiani per tutta la prima metà dell'Ottocento vi era un profondo disinteresse, quasi un'avversione per l'istruzione, perché la si riteneva inutile se non dannosa per la stabilità sociale. Ciò senza dubbio sta alla base del fatto che in tutta la penisola fino a tempi recenti i livelli d'analfabetismo raggiungessero punte elevatissime (dal 50% al 90%). Nel Lombardo-Veneto, com'esposto prima, l'amministrazione austriaca si era fatta carico dell'istruzione pubblica, rendendo obbligatoria in ogni parrocchia la presenza di una scuola minore (le prime due classi delle elementari). La frequenza era inoltre gratuita ed obbligatoria per i ragazzi di entrambi i sessi dai 6 ai 12 anni. Questo sforzo diede i suoi risulta Continua »

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