Il “caso Dreyfus” fu caratterizzato da una straordinaria vitalità, che gli permise di crescere così a dismisura da far risultare le anguste aule dei tribunali un territorio assolutamente insufficiente alla sua gestione. Le cause del suo elevarsi a caso sociale sono individuabili nel “doppio legame” che lo congiunse alla schiera di scrittori, artisti e accademici che, per la prima volta, sentirono il bisogno di dar sfogo, come spiegò Zola, al “grido” della propria “anima”. Si può parlare di “doppio legame” poiché questo fenomeno di attivismo politico si nutrì - e crebbe a sua volta - proprio del caso Dreyfus che esso stesso aveva generato. Non era più possibile chiamarsi fuori dal prendere una posizione e, se i primi interventi furono dei veri e propri “gridi dell’anima” isolati, a un certo punto tutti gli artisti si ritrovarono ad essere travolti da questo fervore politico e “costretti” a mettersi in gioco. L’Affare venne così dibattuto anche - e soprattutto - sui giornali e tra i tavoli dei caffè. Ma non fu solo la “penna” la nuova arma di questa battaglia. Oltre a parole taglienti esso ispirò anche una vasta produzione di dipinti, disegni, filmati e arte decorativa, interpretata attraverso quello scandalo o ad esso ispirata. Se per gli scrittori fu semplicemente una innovazione che potremmo definire “di spirito”, lo stesso discorso non vale per pittori, illustratori, fotografi e tutte quelle categorie di intellettuali il cui lavoro potremmo racchiudere sotto la denominazione di “arte visiva”. Questo potentissimo mezzo di espressione era stato fino a quel momento pressoché impossibile da utilizzare, data l’arretratezza tecnologica che avrebbe reso inefficace la sua forza comunicativa. La recente scoperta della riproduzione fotomeccanica permise di stampare opere grafiche velocemente, a bassi costi e con una soddisfacente resa qualitativa, dando così ai media la possibilità di sfru Continua »