Verso la metà del sec.IV a.c., esauritasi la civiltà quiritaria, ebbe inizio il periodo della respublica romano-nazionale. Sgretolatosi l’esclusivismo patrizio, la qualifica di civis romanum fu l’espressione giuridica dell’inserimento del cittadino in un amalgama d’interessi sociali, economici e ideali, con un’unica organizzazione politica: la nazione. Ciò anche per portare avanti la nuova politica imperialistica. Res publica significò res populica, res populi, cosa di tutto il popolo, e fu libera perché sottratta alla tirannia dei reges. La plebe lottò oltre un secolo contro l’esclusivismo patrizio ed era riuscita a far riconoscere un nuovo principio, cioè che lo Stato, nei suoi oneri e vantaggi, fosse un bene indivisibile di tutto il populus, senza pregiudizi di stirpe, e che tutti i membri del populus meritassero la qualifica di civis con conseguente capacità di partecipazione al governo dello stato. Con la determinazione di popolo s’intesero tutti i cittadini, anche i patrizi. Civis romanus della respublica fu ritenuto soltanto chi: apparteneva alla specie umana (no gli dei), era vivo (no i defunti), era libero, (no gli schiavi). Per essere considerato soggetto giuridico c’era bisogno di un altro requisito, quello dell’autonomia familiare, cioè indipendenza da ogni soggezione ad altrui potestas. Cittadini per nascita erano solo: i nati da matrimonium iustum, cioè da genitori romani; fuori da matrimonium da cittadino romano ed altro ignoto. Per naturalizzazione erano: i peregrini che avessero beneficiato di un’espressa donatio civitatis e i latini che avessero rinunciato alla propria cittadinanza. Per manomissione erano gli schiavi che erano stati affrancati dai loro padroni, con gli atti solenni della manumissio, vindicta o censu. Continua »