1. Titolo
Sul titolo del capolavoro dantesco non esistono dubbi, da quando è stato accertato che l'epiteto divina fu aggiunto alla edizione originale, Comedia / Commedia , in età relativamente recente a cominciare dalla edizione veneziana del 1555 , stampata da Gabriele Giolito e allestita da Ludovico Dolce. Non si deve escludere che il Dolce abbia usato l'epiteto con il valore semantico di "che tratta di argomenti oltramondani", valore semantico che ha immediatamente decretato la fortuna di un titolo tanto storicamente giustificabile, quanto arbitrario.
Stante l'incertezza provocata dall'oscillazione fra la forma con scempia e con geminata, tipica del Medioevo e certamente non risolta dai manoscritti, il titolo originale suona dunque Comedìa o Commedia , con accento alla greca sulla i , come sembra confortare l'impiego dantesco a Inf. xvi 128 e xxi 2:
Molte e controverse le posizioni intorno alle ragioni dantesche del titolo e del suo significato. Per affrontare la questione, è necessario partire dalle definizioni di commedia che Dante stesso dà nelle sue opere, il DVE e la controversa Epistola a Cangrande , che secondo alcuni non è dantesca.
Nel DVE (II iv 5-6), il genere comico è definito in contrapposizione a quello tragico sulla base di qualificazioni stilistiche rispetto ai diversi livelli espressivi, che la tradizione classica e medievale insegnava da tempo: lo stile elevato si addice alla tragedia, quello mediano alla commedia, quello umile all'elegia. Per far coincidere la scelta del titolo, con la teoria appena esposta, dobbiamo supporre che comedia faccia riferimento ad una prevalente scelta di registri mediocri.
Nell' Epistola a Cangrande (xiii 28-31) (1316 ca), la definizione data è diversa: Dante procede oltre la primitiva differenziazione dei generi comico e tragico sulla base dei piani stilistici e affronta il problema anche dal piano del contenuto: la tragedia e la commedia diferiscono infatti in due aspetti: 1 . in materia; 2. in modo loquendi. Per il primo aspetto, si osserva che la tragedia in principio est admirabilis et quieta, in fine seu exitu foetida et horribilis , con allegazione dell'esempio di Seneca tragico; la commedia, al contrario, inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia prospere terminatur, ut patet per Terentium in suis comoediis. Per il secondo aspetto, D. scrive: Similiter differunt in modo loquendi: elate et sublime tragoedia, comoedia vero remisse et humiliter. Quindi applicando i due punti alla sua opera, D. può affermare che essa è una comoedia , perché a principio horribilis et foetida est, quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et grata, quia in Paradisus; ad modum loquendi, remissus est modus et humilis, quia locutio vulgaris in qua et mulierculae comunicant.
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