Parlare dell'uomo come persona nel XXI secolo sembra qualcosa di totalmente inutile e scontato . Il riconoscimento del carattere d'ineffabilità della persona umana è ormai acquisito a livello universale, eccezion fatta per quelle culture di tipo tribale, in cui non si è ancora affermata del tutto, soprattutto nelle distinzioni di sorta legate alla diversità sessuale, alla razza, al ceto sociale d'appartenenza o alla religione. In realtà io ritengo che anche nel "civilissimo occidente", sebbene ci sia una accoglienza teorica del valore della singola persona, a livello pratico si è ben distanti dalla vera considerazione della persona.
Questo emerge, a mio modestissimo parere, dalle posizioni antiumane che si colgono così spesso nel dibattito mediatico degli ultimi tempi: fecondazione artificiale, cellule staminali, aborto, eutanasia, etc. In ciascuno di questi dibattiti vengono sempre fuori posizioni riduzioniste, materialiste o efficientiste dell'essere umano. L'uomo non viene considerato persona se non rientra in un target di efficienza, di autosufficienza, di comunicazione o di integrità fisica. L'errore fondamentale di queste posizioni è quello di non guardare all'uomo come "spirito incarnato", come persona, appunto.
È venuto meno il fondamento ontologico della persona umana, per lasciare spazio all'efficientismo. Una persona non vale per quanto è, ma per quanto può fare. Se non può compiere determinate operazioni, non è utile alla società, non "serve". Molto spesso questo discorso viene camuffato da un falso perbenismo o da un assistenzialismo fasullo. In realtà esso si fonda sul paradigma culturale moderno che non vede più nell'essere il fondamento ultimo del reale, inteso come "bene in sè", ma nell'utile, inteso come "bene per me".
Continua »