Descrizione:Il pensiero del 18° secolo operò numerose forme di decentramento: - anzitutto il pensiero anti-teologico preparò le condizioni per una riflessione decentrata sull’uomo e sulla sua cultura e l’autonomizzazione dell’uomo in rapporto a Dio. - liberandosi dal dogma cristiano dell’origine e della predeterminazione, il 19° secolo introduce l’idea di una storia evolutiva dell’umanità a scapito dell’idea di creazione immutabile, interamente sottomessa alla volontà divina, compare l’evoluzione. - il 18° secolo scopre la relatività e la dimensione storica delle culture.
Tipologia:Università
Testo completo:Il pensiero del 18° secolo operò numerose forme di decentramento:
- anzitutto il pensiero anti-teologico preparò le condizioni per una riflessione decentrata sull’uomo e sulla sua cultura e l’autonomizzazione dell’uomo in rapporto a Dio.
- liberandosi dal dogma cristiano dell’origine e della predeterminazione, il 19° secolo introduce l’idea di una storia evolutiva dell’umanità a scapito dell’idea di creazione immutabile, interamente sottomessa alla volontà divina, compare l’evoluzione
- il 18° secolo scopre la relatività e la dimensione storica delle culture.
In un periodo in cui però non si osa parlare a nome proprio, il filosofo, nascosto dietro un innocente selvaggio, può esprimersi.
Il secolo dei Lumi, importante per l’occidente, si impadronì del selvaggio, per comprendere e criticare se stesso, fin dall’inizio mise in scena diverse immagini, il buon selvaggio ed il cattivo, il selvaggio del filosofo, quello del missionario e quello del guerriero.
A predominare, nel settecento è l’immagine positiva del selvaggio, il “buon selvaggio” che spinge la sua saggezza fino a tenere il discorso filosofico degli intellettuali dell’epoca, in particolare quando si tratta di denunciare l’ingiustizia o l’assurdità di certe istituzioni, come la monarchia assoluta, la proprietà privata, il dominio della Chiesa.
Nel 18° secolo, l’altra figura, quella del cattivo selvaggio però non è del tutto assente, si può dire che queste figure sono unite insieme, entrambe perseguono la stessa finalità: giudicare se stessi e giudicare gli altri sulla base dei propri criteri. Man mano che l’ideologia del progresso diventerà la legittima visione del mondo, l’immagine del cattivo selvaggio che vive in un ambiente ostile e in una natura non addomesticata, diventerà la rappresentazione dominante dell’altro. La natura, dalla fine del 18° secolo diviene una forza ostile e dispotica che l’uomo, per la sua salvezza, deve addomesticare e dominare.
Da misteriosa e morale, la natura si trasforma in forza di produzione e di capitale da sfruttare.
La possibilità di andare alla scoperta dell’altro, senza essere guidati da preoccupazioni esclusivamente interne alla propria società, presupponeva anzitutto una presa di conoscenza critica di se stesso e uno spostamento rispetto al proprio universo.
È ciò che ha compiuto il secolo dei Lumi, anche se ciò avvenne a svantaggio del selvaggio.
In questo senso, la storia intellettuale dell’Europa, a partire dal Rinascimento, e più in particolare nel corso del settecento, può essere identificata con il processo antropologico, propriamente detto, che consiste nel prendere in un primo tempo, criticamente le distanze rispetto alla propria cultura per poi rivolgere lo sguardo lontano.