Scheda Appunto MP3

Cenni normativi alla legislazione dei beni culturali

Appunto Audio

Share 8 min 25 sec
  • Descrizione: All’apice della gerarchia delle fonti c’è la Costituzione. Quella italiana, che risale al 1848, non ignora il tema dei beni culturali: infatti colloca l’art. 9, che si occupa della tutela e della promozione del patrimonio storico-artistico, in un settore della Costituzione molto importante, cioè fra i primi 12 articoli, che sono quelli che il Costituente, cioè l’assemblea generale che ha emanato la Costituzione della Repubblica Italiana, ha intitolato “Principi Fondamentali”.
  • Tipologia: Università
  • Testo completo: All’apice della gerarchia delle fonti c’è la Costituzione. Quella italiana, che risale al 1848, non ignora il tema dei beni culturali: infatti colloca l’art. 9, che si occupa della tutela e della promozione del patrimonio storico-artistico, in un settore della Costituzione molto importante, cioè fra i primi 12 articoli, che sono quelli che il Costituente, cioè l’assemblea generale che ha emanato la Costituzione della Repubblica Italiana, ha intitolato “Principi Fondamentali”. La collocazione dell’art. 9 nella Costituzione è quindi particolarmente importante, cioè tra quei principi in cui, in particolar modo, il Costituente ha voluto riconoscersi.
    L’art. 9 è costituito da due commi. Un comma si ha quando il testo di una legge va a capo. L’art. 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica (primo comma). Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (secondo comma)”. Il primo comma è contenuto nell’art. 9, ma viene esplicitato in un’altra sezione della Costituzione, dedicata ai rapporti etico-sociali: esso viene quindi integrato ed ampliato negli art. 33 e 34 della Costituzione. L’art. 9 parla della promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica; con il termine “promozione” si indica il favorire lo sviluppo: la Repubblica ha un impegno ben preciso nel creare le condizioni adatte allo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Questo implica delle conseguenze notevoli perché, da un punto di vista pratico, lo Stato si impegna a finanziare la cultura e la ricerca; in secondo luogo, questa norma, nel momento in cui lo Stato si impegna a creare la situazione migliore per lo sviluppo, evita che lo Stato prenda posizioni particolari. Lo Stato è interessato allo sviluppo della cultura e della tecnica, ma ponendosi da un punto di vista pluralista: crea cioè le condizioni per lo sviluppo di qualsiasi cultura; questo significa che lo Stato Italiano non è uno Stato ideologico. Nell’art. 9 viene rispettato il concetto di promozione, perché lo Stato pone in atto le condizioni idonee allo sviluppo della cultura e della ricerca; in secondo luogo, si rispecchia il carattere fortemente pluralista del nostro ordinamento, lasciando spazio a più correnti ideologiche, culturali e religiose.
    Il secondo comma dell’art. 9 è particolarmente importante per quanto riguarda i beni culturali.
    L’art. 33 fa specifico riferimento all’arte e alla scienza, che “sono libere e libero ne è l’insegnamento (primo comma)”; il secondo comma afferma che “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione, ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi, e dà il diritto di istituire scuole ed istituti senza onere per lo Stato […]”; inoltre, l’art. 33 riafferma il carattere pluralista dello Stato. L’art. 34, invece, riprende il tema della scuola, dicendo che essa “è aperta a tutti, l’istruzione inferiore, impartita per almeno 8 anni, è obbligatoria e gratuita”: lo Stato deve garantire questo diritto anche a chi non se lo può permettere economicamente, istituendo borse di studio per concorso.
    Il termine “Repubblica” assume una gamma di significati molto ampia, nei testi legislativi: il primo si riferisce ad una forma di Stato repubblicana, in contrapposizione a quella monarchica, anche se questa è però una definizione troppo generica e poco attuale, poiché esistono monarchie parlamentari, in cui la figura del monarca è semplicemente simbolica; il secondo significato è quello che lo vede come sinonimo di “Stato”, più volte utilizzato nella Costituzione, inteso come unità territoriale (art. 10, comma 3: dimensione territoriale dello Stato); terzo significato è quello di complesso di organi e di enti statali, con la funzione di garantire ai cittadini l’esercizio dei diritti presenti nella Costituzione e nelle leggi dell’ordinamento italiano, in questo senso, lo Stato è interpretato come soggetto.
    Nell’art. 9, il concetto di Repubblica si riferisce a questo terzo significato.  Nel secondo comma, affianco al termine “Repubblica”, si fa riferimento al termine “Nazione”, che non è ambivalente e plurivalente come quello di “Repubblica”: infatti, si fa riferimento all’identità storico-culturale di un Paese e di una determinata popolazione. Per questo si fa riferimento al patrimonio storico-artistico, frutto di una popolazione nel corso di un arco temporale. Rispetto al primo comma, il secondo fa specifico riferimento alla tutela, usando questo termine con un senso molto più diretto ed efficace: la Repubblica ha un impegno diretto nei confronti della tutela del patrimonio storico-artistico; non c’è nessun altro responsabile se non la Repubblica. La tutela ed il regime dei beni culturali prescindono dalla proprietà di questi beni.
    La Costituzione italiana del 1948 si inserisce su un corpo legislativo su tutto l’ordinamento giuridico: qui la tutela è interpretata come ciò che si doveva ricavare dalla legislazione al momento della sua entrata in vigore. Nella Costituzione italiana, infatti, confluiscono delle leggi sulla tutela dei beni culturali, tra cui la legge 1089 del 1939, “Tutela delle cose di interesse storico e artistico”, e la legge 1497 del 1939 “Protezione delle bellezze naturali”: sono fonti normative che risalgono al periodo fascista e che rimangono in vigore fino al 1999, quando viene approvato il Testo Unico sui beni culturali. Queste leggi rivelano la mancanza di consapevolezza di dare l’identità di bene alle “cose” della legge 1089: la tutela è intesa ancora come mera conservazione del visibile, inteso come paesaggio e patrimonio storico e artistico; l’intervento dell’uomo si limita solo allo scopo conservativo.
    In seguito, questa interpretazione della tutela non è stata accettata, in quanto frutto di un regime diverso, e poiché la tutela come mera conservazione era ritenuta antistorica. Bisognava quindi dare alla tutela un’interpretazione dinamica, intesa non solo come conservazione delle bellezze naturali, ma soprattutto come conservazione della forma del territorio, creata dalla comunità umana. Questo pone in risalto l’esistenza della continua interazione tra natura e uomo: il paesaggio viene quindi inteso come “ambiente”, che deve essere preservato ma che non può essere privato della presenza dell’uomo. Se quello di tutela è un concetto dinamico, l’impegno della Repubblica dovrà essere quello di controllo, e sarà rivolto all’indirizzare le azioni di conservazione, per garantire l’interazione fra uomo e natura.
    Le leggi 1089 e 1474 sono le due principali leggi della riforma Bottai, Ministro dell’Educazione Nazionale nel 1939, all’interno del governo fascista. Queste due leggi introducono un corpo organico di legislazione che riguarda sia i beni culturali che il paesaggio: è una legislazione estremamente moderna per l’epoca, perché l’Italia è uno dei primi Paesi a dotarsi di una legislazione così completa. Con la riforma Bottai si crea il Consiglio Nazionale dell’Educazione, della Scienza e delle Arti, e si mette mano al riordino delle Sovrintendenze (le Sovrintendenze nascono nel 1909 con la legge Rosadi, legge 364 del 1909).
Carica un appunto Home Appunti