Descrizione:Nella biografia di pavese vanno sottolineati alcuni momenti importanti: un legame profondo con la sua terra, la regione piemontese delle Langhe, una zona collinare; un legame tanto profondo che l'esperienza dell'infanzia diventa per lui fondamentale per dare un senso alla vita, come vedremo; la formazione in un ambiente politico e culturale dominato dalla figura severissima di Gobetti. L'influsso del gobettiano professore di liceo Augusto Monti; gli anni del confino a Brancaleone Calabro, dopo i quali subisce la delusione di vedere sposata la donna che amava. Questo "traccerà nella sua esistenza un solco di incolmabile dolore, di disperata frustrazione". l'istintiva avversione al fascismo, che però non lo spinge, come altri suoi amici, a partecipare direttamente alla lotta partigiana; l'iscrizione al P.C.I. dopo la Liberazione, come atto di volontà per partecipare alle speranze e agli entusiasmi di allora; il suicidio, dopo un'ennesima delusione amorosa, per una donna americana Costanz
Tipologia:Superiori
Testo completo:Nella biografia di pavese vanno sottolineati alcuni momenti importanti:
- un legame profondo con la sua terra, la regione piemontese delle Langhe, una zona collinare; un legame tanto profondo che l'esperienza dell'infanzia diventa per lui fondamentale per dare un senso alla vita, come vedremo;
- la formazione in un ambiente politico e culturale dominato dalla figura severissima di Gobetti. 1 L'influsso del gobettiano professore di liceo Augusto Monti;
- gli anni del confino a Brancaleone Calabro, dopo i quali subisce la delusione di vedere sposata la donna che amava. Questo "traccerà nella sua esistenza un solco di incolmabile dolore, di disperata frustrazione".
- l'istintiva avversione al fascismo, che però non lo spinge, come altri suoi amici, a partecipare direttamente alla lotta partigiana;
- l'iscrizione al P.C.I. dopo la Liberazione, come atto di volontà per partecipare alle speranze e agli entusiasmi di allora;
- il suicidio, dopo un'ennesima delusione amorosa, per una donna americana Costanza Dowling. E' il 27 agosto 1950. Quell'anno aveva vinto il prestigioso Premio Strega.
Il suicidio è la tragica conclusione di una vita vissuta sotto il segno dell'angoscia, un sentimento tormentoso che gli derivava dal sentire l'esistenza come un "essere per la morte". Questa intima sofferenza accompagnerà sempre Pavese, sarà il suo "vizio assurdo".
Pavese sembra incarnare così, nella sua vita, la figura sveviana dell'"inetto", che si trova a fronteggiare doveri e impegni troppo superiori alle sue possibilità psichiche: erano i doveri e gli impegni imposti dall'ambiente gobettiano e dall'insegnamento ricevuto dal suo maestro Augusto Monti. In termini psicoanalitici Monti diventa un sorta di super ego che incombe minaccioso e mai soddisfatto, e che sempre gli ingiunge di arrivare alla "maturità", alla razionalità, all'adesione piena alla vita.
Ma Cesare Pavese rispondeva a questa sfida del super ego con i sintomi di una vera malattia psicologica: l'inadeguatezza al reale, la difficoltà nella comunicazione con gli altri, l'impossibilità di un lineare rapporto d'amore con una donna, la frustrazione ricorrente nella ricerca della felicità, la solitudine.
Ha scritto Elio Gioanola: "Da questo ambiente [l'ambiente gobettiano] Pavese imparò a ignorare l'inconscio e a tentare la costruzione volontaristica della sua vita, nel tentativo impossibile di rimarginare il deficit psichico con una serie di costruzioni velleitarie. Da questo conflitto Pavese finì per uscirne umanamente stroncato. Mentre era proprio nella sua "immaturità" la riserva [della sua poesia]: egli è uno dei molti artisti decadenti che hanno costruito la poesia sulle rovine della loro vita;... [fu] poeta nella misura in cui riuscì a toccare, nei traumi dell'angoscioso conflitto, il fondo intatto dei suoi miti personali... ".
Immaturità, dunque, come sorgente di poesia. Che significa? Che Pavese traeva alimento alla sua poesia dal legame profondo e mai rescisso con l'infanzia e i suoi "miti", le sue "favole", le sue "verità". Comprendere questo legame di Pavese con l'infanzia - perciò - è la chiave di accesso a tutta la sua opera più grande.
Il conflitto interiore, cioè l'incapacità di aderire alla vita pur volendolo, si espresse nei termini di un altro conflitto, tra "campagna" e "città". Cioè Pavese, per dare una spiegazione alle contraddizioni della sua personalità, elaborò una sorta di teoria che contrapponeva la "natura" alla civiltà, cioè la "campagna" alla "città", con sottolineatura positiva per il primo termine.
Questa contrapposizione gli veniva suggerita sia dalla letteratura americana (che esaltava, con Anderson, la vitalità istintiva e selvaggia, il primitivo) sia dalle letture degli studiosi del mito e degli psicoanalisti: le due fonti convergevano nel dirgli che esisteva nel profondo dell'individuo un patrimonio di verità e di valori che nascono con lui, sono "natura", si scoprono nell'infanzia e si oppongono alla società, alla civiltà, alla "città".
Anche la sua poetica, Pavese la farà derivare dalle riflessioni sul mito.
Vediamo cosa sia il mito in Pavese.
Il mito è sempre fondamentale in Pavese. Per lui "mito" è il tesoro di verità, affetti e sensazioni che ci derivano dall'infanzia, nell'età pre-razionale. Pavese ha il suo: la sua terra, le Langhe.
Il mito si fa ossessivo per gli espatriati e gli sradicati, che non hanno un passato in cui riconoscersi.
Il mito presuppone la nostalgia di esso e quindi il tema del "ritorno", non solo fisico, ma spirituale, a quel "clima".
Ne La luna e i falò questo ritorno si rivela impossibile, perché non si recupera ciò che si è perduto.
Allora chi è rimasto legato alla sua terra, chi non è partito vive ancora il mito, che gli altri hanno perduto? Chi resta è radicato, è "qualcuno", è felice?
No. Qui scocca l'antinomia pavesiana. Non c'è salvezza neanche in chi rimane. Anguilla che torna alla Gaminella ritrova odori e sapori, ma anche il peso di una irrimediabile miseria, che distrugge l'umano nell'uomo (Valino incendiario).
Già in Paesi tuoi 2 Pavese manifesta attrazione per il mondo contadino nel quale vede incarnato il suo mito del primitivo (vale a dire di un mondo ancestrale in cui l'uomo misteriosamente entrava in contatto con la natura, che era terribile ma anche innocente, cioè al di qua del peccato).
Questa intuizione del valore del mito si confermerà con studi psicoanalitici sull'inconscio collettivo. Questi simboli sono chiamati archetipi e sono presenti in ognuno di noi, a prescindere dalle nostre esperienze concrete e storiche, e sono essi a guidare la nostra esistenza.
Soprattutto in Feria d'agosto e in Dialoghi con Leucò Pavese esprime la componente astoricistica della sua cultura, indicando nell'irrazionale e nel mistero la prima ispirazione della poesia.
Irrazionale vuol dire quelle "illuminazioni" alogiche, quei miti, quelle fantasie, che germinano in noi dall'inconscio e che risalgono alla prima infanzia, quando il fanciullo intuisce miracolosamente, senza mediazioni razionali, il segreto della vita. [E sono miti legati al sesso, alla donna/uomo, alla violenza, alla morte, al sangue]. Essi sono legati a luoghi "unici", quei luoghi dell'infanzia che il ricordo fa assoluti, colloca fuori del tempo e dello spazio e trasfigura [anche solo un giardino, o una stanza, o una strada, o un oggetto ecc.] facendoli diventare simboli della vicenda umana, di quella propria e di quella universale.
L'influsso di Vico o degli etnografi è però filtrato dalla sensibilità propria di Pavese: e allora il mito pavesiano evoca "sue", personali, angosce primordiali: il mare, la vigna, la collina, la terra, luoghi in cui esplode la vita, piena, forte, calda, ma in cui si scatena la violenza, "il selvaggio", la sessualità che fa sgomento e paura, la morte.
Perciò per lui il mito non è consolazione od oblio, ma un mezzo per arrivare a conoscere una più vasta realtà, e perciò si ricollega alla poetica, perché nella poesia si rappresenta questa più vasta conoscenza di sé e del mondo.
"E' necessario - osserva Pavese in La selva, che fa parte di Feria d'agosto - fissare attraverso la parola la contemplazione atemporale dell'esperienza e far rivivere nel mito lo stato di aurorale verginità della natura, per rendersi consapevoli del proprio esistere e del proprio destino. I simboli cui attinge il poeta sono sovranamente umani, necessari a serbare la coscienza di sé e insomma a vivere. "
Nei Dialoghi con Leucò Virbio (Cfr. Il lago), morto in Grecia, è risuscitato da Diana ma in Italia, nel Lazio, in mezzo a uno splendido paesaggio: dovrebbe essere felice, ma non lo è. La sua felicità è immobile, non ha passato, non ha ricordi. Senza di essi non c'è identità, non c'è vita. Virbio infatti ricorda l'infanzia (l'epoca della scoperta) e rievoca il tempo in cui "pensai che dietro i monti di casa, lontano, dove il sole calava, - bastava andare, andare sempre - sarei giunto al paese infantile del mattino, della caccia, del gioco perenne. Non sapevo di volere la morte."
Vuol dire che quella condizione di "gioco perenne" (assenza di dramma e dolore e fatica) non è della vita, ma solo fuori della vita, solo della morte. Perciò Virbio dirà a Diana: Ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno [...] incontrare la donna, il mio simile, vivere con l'uomo, dividere con lui la vita. Ho bisogno di avere una voce e un destino [cioè un'identità, essere qualcuno, con la sua storia]. Troppe volte mi sono specchiato nel lago [cioè ho visto soltanto me stesso]. Chiedo di vivere, non di essere felice. " Quindi c'è opposizione immedicabile tra vivere ed essere felici.
Pavese, quindi, coniugando Vico e Jung fonda proprio sul mito l'incanto polisemico (= dai molti significati) della poesia, che egli ricerca nella primitività ambivalente degli archetipi (le idee, i sentimenti fondamentali dell'essere umano in quanto tale, di centomila anni fa come di oggi): la terra, per esempio, come fonte di vita e di morte, la terra è sesso e sangue, sensualità e violenza. 3
Le strutture fondamentali dell'immaginario di Pavese compaiono molto presto, già con le poesie di Lavorare stanca. Schematicamente l'opposizione principale nel mondo pavesiano è questa:
La città, insomma, che a livello di coscienza è la maturità, la fermezza, l'impegno, nel simbolismo profondo, nella "verità" del mito, è il luogo della solitudine, dell'alienazione, della mancanza; luogo di prostitute, sbandati, ubriachi, di vecchi e ragazzi deviati, che nel sesso e nell'alcool cercano i sostituti della felicità, ma sono infelici.
La campagna, invece, terra e collina, è la pienezza della vita, sia perché luogo aperto, selvaggio, libero sia perché idea della madre (le mammelle delle colline), da cui si viene e in cui ci si rifugia.
Per adesso è sufficiente aver posto queste basi, che ci consentono di affrontare con maggiore consapevolezza la lettura delle principali opere di Pavese.