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Eliminatio codicum descriptorum e collatio

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  • Descrizione: Un codice figlio di un altro codice si dice apografo, mentre il modello che il copista ha di fronte si dice antigrafo; si parla altrimenti di codex descriptus. Servono prove certe che un codice sia copiato da un altro: motivi esterni o interni ai testi. Dell'Anabasi di Arriano abbiamo codici greci, forse scritti a Costantinopoli, del XIII secolo che presentano tutti una lacuna, conosciamo un codice vindobonense di Vienna in cui la lacuna capita tra un foglio e un altro, per cui si intuisce che caduta una pagina.
  • Tipologia: Università
  • Testo completo: Un codice figlio di un altro codice si dice apografo, mentre il modello che il copista ha di fronte si dice antigrafo; si parla altrimenti di codex descriptus. Servono prove certe che un codice sia copiato da un altro: motivi esterni o interni ai testi. Dell'Anabasi di Arriano abbiamo codici greci, forse scritti a Costantinopoli, del XIII secolo che presentano tutti una lacuna, conosciamo un codice vindobonense di Vienna in cui la lacuna capita tra un foglio e un altro, per cui si intuisce che è caduta una pagina. Da questo si può dedurre che gli altri tre codici sono suoi descripti. Gli antichi scriptoria, cioè le biblioteche dei monasteri, avevano degli inventari degli autori e delle opere, ma non degli specifici codici, che attribuiamo a una particolare biblioteca o grazie a delle note di possesso o perché nell'inventario si segnava la frase o il verso con cui iniziava la seconda pagina. Non tutte le grafie infatti occupano lo stesso spazio. L'osservanza dei fattori esterni è più importante per il mondo greco che per quello latino. Conoscendo i vari tipi di scrittura si può datare un codice. Nei codici tardo-antichi, soprattutto latini, ci sono sottoscrizioni che indicano il console sotto cui si scrisse il codice. I codici greci, dopo il passaggio con Fozio alle minuscole nel IX secolo, sono tutti più o meno uguali; i copisti indicano solo il proprio nome e non il cognome e non danno alcuna indicazione temporale.
    Delle opere di Gregorio di Nissa, un padre della Chiesa, abbiamo due testimoni in carta bombicina, quella povera degli intellettuali, mentre si deve diffidare dei codici lussuosi, come quelli urbinati di Federico da Montefeltro, in cui troviamo pezzi di testo spostati, in uno nel mezzo delle pagine, nell'altro tra una pagina e l'altra. E' chiaro che il primo era stato rilegato male e l'altro ha recepito l'errore.
    Fascicoli sciolti, come le pecie universitarie, venivano poi rilegati insieme. Un'altra prova è quella del contenuto: un codex descriptus ha tutti gli errori dell'antigrafo più altri errori suoi. I codices riconosciuti come descripti restano importanti per la storia della cultura, come prodotti della fatica umana (“tres digiti scribunt, totus corpus laborat” è un colofurnio medievale), ma da un punto di vista di ricostruzione del testo non hanno valore alcuno.
    Un codex descriptus, attraverso gli errori dello scriba, ci aiuta a capire in quale scrittura fosse l'antigrafo. Uno scriba con una certa educazione grafica, che copia un testo in una scrittura sconosciuta, fa degli errori. Lectiones singulares si chiamano gli errori dei singoli copisti. Dopo aver sfrondato dei codices descripti e delle lectiones singulares il proprio stemma, ci si avvicina all'archetipo.
    Le opere minori di Tacito furono portate in Italia da Poggio Bracciolini, segretario del Papa, che nel monastero di Hersfeld aveva stilato una lista di opere interessanti in cui è scritto “Cornelii Taciti Agricola, Cornelii Taciti Germania, Dialogus de oratoribus”, in un codice che finì per vie ereditarie a Pesaro nella biblioteca privata di alcuni conti, e adesso si trova nella Biblioteca Nazionale di Roma.
    Molti testi non ci sono pervenuti direttamente ma ne conosciamo l'esistenza o frammenti da citazioni di autori posteriori e grammatici, come i 700 versi di Ennio e le commedie plautine da Aulo Gellio: in questo caso si parla di tradizione indiretta. Talvolta ci sono discrepanze tra la tradizione diretta e indiretta di uno stesso passo.
    Ai versi 62-63 della IV ecloga di Virgilio la tradizione diretta scrive: “cui non risere parentes/ nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est”; Quintiliano cita: “qui non risere parenti [...]”. Sono due varianti adiafore, cioè equivalenti.
    Lucrezio nel verso 72 del II libro del De rerum natura scrive: “Crudeles gaudent in tristi funere fratres”; Macrobio nei Saturnalia (6, 2, 25) cita: “[...] fratris”, con più senso.
    Chi cita può per errore sostituire un nome che gli è più familiare ad un altro o attribuire un verso di un autore ad un altro. In questo caso si parla di falsa attribuzione, che può avere una certa fortuna, come nel caso di Ennio e Nevio nell'Umanesimo.
    Il settenario trocaico, molto ritmico, presente già in Aristofane, passò con successo al latino (Tarentilla, canzonette, carmina triumphalia) ed era detto “versus quadratus”. Prisciano attribuisce l'espressione “septeno gurgite Nilus” a Lucano anziché a Claudiano.
    Altre volte vi sono errori di attribuzione consapevoli: l'Antologia Palatina è organizzata per temi, il V libro sugli epigrammi erotici offre un gruppo di testi sul tema fondamentale del luxno, sul comodino e fuori dalla porta, di cui molti sono falsamente attribuiti al più famoso autore dell'epigramma precedente. Quando la lucerna si spegne l'amato se ne è andato: il cristianesimo ha capovolto questo concetto.
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