Impero romano ed ordine senatorio

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Descrizione

L’ordo senatorius, dall’inizio dell’età imperiale, chiuse i propri ranghi. Augusto stabilì a 600 il numero del membri del senato. Ogni anno, soltanto 20 senatori potevano iniziare una carriera senatoria come vigintiviri o entrare nel senato come quaestores(=questores). A queste persone si aggiunsero anche ex cavalieri, ammessi nell’ordine senatorio come ex questori o con un rango più elevato.

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L’ordo senatorius, dall’inizio dell’età imperiale, chiuse i propri ranghi. Augusto stabilì a 600 il numero del membri del senato. Ogni anno, soltanto 20 senatori potevano iniziare una carriera senatoria come vigintiviri o entrare nel senato come quaestores(=questores). A queste persone si aggiunsero anche ex cavalieri, ammessi nell’ordine senatorio come ex questori o con un rango più elevato. L’ordine senatorio continuava ad essere un ordo numericamente molto ristretto ed esclusivo. Esso fu distinto ancora più chiaramente dall’ordine equestre. I figli dei senatori furono inquadrati nell’ordo senatorius e separati dai cavalieri; la qualificazione patrimoniale minima del senatore fu aumentata. La differenziazione tra gli appartenenti ai due ordini fu regolamentata da Caligola, nel 38 d.C.: un cavaliere, che ricopriva una carica senatoria o che poteva portare il laticlavio, apparteneva al primo ordine ad abbandonava ogni legame formale con il suo precedente ordo. Anche le cariche senatorie ed equestri furono definitivamente separate le une dalle altre. Il patrimonio reale della maggior parte delle famiglie senatorie superava il censo minimo prescritto. La loro ricchezza proveniva dal prestito di denaro, dalla vendita di prodotti artigianali e dallo stipendio che percepivano i funzionari imperiali senatori. Determinanti, tuttavia, erano i loro guadagni derivanti dalla terra. Molti senatori possedevano fondi in Italia e nelle province: quando il numero dei senatori provinciali crebbe, Traiano introdusse per i senatori l’obbligo di investire un terzo del proprio patrimonio in fondi in Italia. La ricchezza, la generosità e il dispendioso tenore di vita non erano tipici soltanto dei senatori, bensì anche di molti cavalieri e dei gruppi di vertice dei liberti. Non furono tanto fattori economici, quanto fattori sociali, giuridici, politici e ideologici a favorire il sentimento di appartenenza e di esclusività nei membri del primo ordine. Molti senatori erano uniti tra di loro da rapporti famigliari complicati da matrimoni, adozioni e amicizie. Le funzioni statali dei senatori erano di natura omogenea. Ciò derivava, da una parte, dal carattere delle loro cariche, che richiedevano capacità di giurista, di amministratore e di comandante militare; dall’altra, dal loro privilegio di partecipare ai dibattiti in senato e di contribuire alle decisioni di questo organo. Omogenea era anche la formazione dei senatori: i giovani senatori venivano istruiti nella giurisprudenza, nell’oratoria e nell’arte militare, grazie ad un’educazione privata nell’ambito famigliare e parentale, e grazie all’esercizio delle cariche senatorie inferiori. Questo sistema educativo vincolava il senatore agli ideali dello Stato romano ed alla tradizione della sua famiglia; fu favorita l’omogeneità della mentalità e del comportamento dei membri del primo ordine. Questa mentalità senatoria si espresse nella coscienza di appartenere all’ordine più illustre (amplissimus ordo) e nella convinzione che il senatore fosse insuperabile. In questa mentalità rientrava la disponibilità a servire lo Stato romano o l’aspirazione ad una carriera politica, ma anche la pretesa di compensare le fatiche ed i pericoli inerenti all’esercizio delle alte funzioni con un alto standard di vita. L’ordo senatorius era eterogeneo nella sua composizione e soggetto a fluttuazione durante il Principato. L’ordine senatorio dovette essere continuamente integrato con homines novi. Sotto Augusto, emersero dallo strato dirigente senatorio homines novi potenti, come Marco Vipsanio Agrippa o Tito Statilio Tauro; a partire da Vespasiano, gli “uomini nuovi” costituirono la maggioranza di quei senatori cui venivano affidate le cariche più importanti dell’amministrazione imperiale, i comandi militari ed i governatorati delle province imperiali. Furono gli homines novi ad articolare le idee del loro nuovo ambiente sociale; Tacito e Plinio ne sono gli esempi migliori. Il fatto che tali uomini fossero rappresentati nel vertice dirigente dell’ordine senatorio, fu la conseguenza della coincidenza di due fattori:
- da una parte, gli homines novi facevano il possibile per ottenere l’integrazione nell’aristocrazia romana, in virtù di grandi meriti nell’amministrazione imperiale;
- dall’altra, erano favoriti dagli imperatori, poiché, per lo stretto legame con la casa imperiale, erano un sostegno leale della monarchia.
Gli homines novi provenivano dallo strato sociale superiore dell’Impero, e spesso erano figli di cavalieri benemeriti; la maggior parte di essi conseguiva in gioventù il diritto di portare il laticlavio e di accedere ad una magistratura senatoria inferiore (ius honorum). A questi si aggiungevano gli ex cavalieri, che potevano essere ammessi nell’ordine senatorio in un rango corrispondente alla loro età. Era l’imperatore a decidere a chi toccasse un tale privilegio per l’ascesa sociale; tuttavia, la protezione di parenti ed amici potenti aveva un ruolo importante.
All’inizio dell’età imperiale, molti “uomini nuovi” avevano come terra d’origine l’Italia. Già nel I secolo d.C., il reclutamento di nuovi senatori delle città della penisola andò diminuendo; furono le difficoltà economiche dell’Italia ad ostacolare l’emergere di nuove famiglie di grandi proprietari terrieri. Nel processo di integrazione delle province dell’Impero subentrarono nel senato homines novi provinciali in numero crescente. Diversi provvedimenti imperiali a favore dell’integrazione dei provinciali, come il conferimento dello ius honorum alla nobiltà delle tres Galliae da parte di Claudio, nel 48 d.C., favorirono questo processo di ristrutturazione. Sotto Augusto e Tiberio, i senatori d’origine provinciale provenivano dalle province più fortemente urbanizzate e romanizzate, specialmente dalla Gallia Meridionale e dalla Baetica. A partire da Vespasiano, accanto a quelli provenienti dalla Gallia meridionale e dalla Spagna, vi erano anche senatori di altre zone dell’Impero, originari dell’Africa, dell’Asia e della Galazia. Sotto Marco Aurelio, i provinciali ebbero la maggioranza al vertice del potere. La gerarchia interna all’ordine senatorio non nasceva dal raggruppamento dei suoi membri secondo criteri etnici o regionali; questa gerarchia nasceva dall’importanza dei singoli incarichi che il senatore poteva raggiungere attraverso il cursus honorum. La carriera senatoria si differenziò dal cursus honorum repubblicano, in seguito all’istituzione di cariche al servizio dell’imperatore. Un senatore iniziava la carriera a Roma come vigintivir e poi andava in una provincia come tribunus legionis; con il venticinquesimo anno d’età, otteneva l’appartenenza al senato come quaestor, poi diventava o tribunus plebis o aediles, e a 30 anni praetor. Nel rango pretorio, si potevano ricoprire alcune cariche nell’ambito di competenza del senato, soprattutto quella di proconsul in una provincia senatoria; molte cariche rientravano nella sfera degli incarichi imperiali e venivano assegnate dall’imperatore: quelle di legato di una legione (legatus legionis) o di governatore di una provincia imperiale (legatus Augusti pro praetore). A 40 anni, il senatore poteva diventare consul. Le cariche più importanti nell’amministrazione imperiale venivano assegnate a senatori consolari; senatori eminenti potevano concludere la loro carriera con un secondo consolato con il grado di praefectus urbi.
I vari tipi di carriera rispecchiano la stratificazione interna all’ordine senatorio. Tali tipi di carriera sono distinti nel periodo degli Antonini, quando avevano acquisito una forma stabile. Una ristretta élite aveva il rango patrizio che assicurava importanti privilegi: il patrizio cominciava la propria carriera nella classe più elevata dei vigintiviri come triumvir monetalis; otteneva la questura e la pretura nelle elezioni senatorie, dietro raccomandazione imperiale; non doveva ricoprire le cariche plebee di tribuno della plebe o di edile; arrivava al consolato a 32 o 33 anni e poteva rinunciare all’esercizio delle cariche pretorie e consolari nelle province, di cui non aveva bisogno per il proprio prestigio sociale. Altri senatori erano favoriti dall’imperatore nella loro carriera: dopo aver ottenuto il rango pretorio, venivano inseriti negli incarichi di vertice dell’amministrazione imperiale come comandanti e governatori, e percorrevano una lunga carriera. Questi gruppi di senatori privilegiati formarono, in qualità di consolari (senatori destinati al consolato), l’élite dell’Impero. Gli altri senatori furono scarsamente favoriti dagli imperatori: dopo la pretura, ottenevano cariche senatorie e non avevano alcuna prospettiva di raggiungere il rango di console. La gerarchia sociale era definita, ma soltanto un ristrettissimo numero di uomini scelti era disponibile per la distribuzione dei comandi e delle cariche più importanti.