Impero romano: ordine equestre

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Descrizione

L’ordo equester contava un numero di membri molto maggiore dell’ordine senatorio. Il numero totale dei cavalieri sotto Augusto è da valutarsi sulle 20.000 unità; nei primi due secoli dell’Impero, questo numero aumentò grazie all’immissione di provinciali nell’ordine equestre. I cavalieri avevano una precisa coscienza della loro identità, che si manifestava nell’indicazione della propria titolatura nelle iscrizioni onorifiche e sepolcrali, o nella loro unione all’interno della società di singole città.

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L’ordo equester contava un numero di membri molto maggiore dell’ordine senatorio. Il numero totale dei cavalieri sotto Augusto è da valutarsi sulle 20.000 unità; nei primi due secoli dell’Impero, questo numero aumentò grazie all’immissione di provinciali nell’ordine equestre. I cavalieri avevano una precisa coscienza della loro identità, che si manifestava nell’indicazione della propria titolatura nelle iscrizioni onorifiche e sepolcrali, o nella loro unione all’interno della società di singole città. Tuttavia, l’ordo equester non fu mai un ordine omogeneo. Anche se la maggior parte dei suoi membri manifestò un comune modo di pensare ed un comune comportamento, ciò fu dovuto al fatto che i cavalieri fecero propri gli ideali ed i costumi dei senatori. La struttura dell’ordine equestre, le condizioni economiche dei membri dell’ordine, la composizione eterogenea del secondo ordo e le occupazioni professionali, non permisero la formazione di un gruppo sociale chiuso come quello senatorio. L’appartenenza all’ordine equestre non era ereditaria. L’ammissione avveniva in virtù di una promozione di rango della singola persona; l’ordine equestre, dunque, non era un’aristocrazia di nascita, ma una nobiltà individuale. Nella pratica, tuttavia, accadeva spesso che il figlio di un cavaliere fosse ammesso tra gli equites; si parlava anche di “famiglie equestri”. Era raro che le famiglie equestri conservassero l’appartenenza al proprio ordine per molte generazioni. Le famiglie equestri costituirono la più importante fonte di rifornimento per la continua integrazione dell’ordine senatorio. I rapporti tra gli appartenenti all’ordine senatorio ed a quello equestre erano molto stretti grazie a matrimoni, legami di parentela ed amicizie. L’ordine equestre era ancora più aperto all’ordine dei decurioni delle singole città: moltissimi cavalieri ricoprivano cariche cittadine ed appartenevano, nello stesso tempo, tanto all’ordo equester quanto all’ordo decurionum di una città. Le condizioni economiche dei cavalieri potevano essere molto differenti; diverse erano anche le fonti della ricchezza dei cavalieri. Tra i cavalieri si contavano grandi commercianti, grandi imprenditori e banchieri; i membri dell’ordine equestre, infatti, erano interessati alle fonti di guadagno non agrarie molto più dei senatori. Anche per i cavalieri, tuttavia, la fonte principale di ricchezza era la proprietà terriera. Anche la composizione sociale dell’ordine equestre era eterogenea. Non pochi cavalieri erano di bassa estrazione. Tra di loro vi erano figli di liberti: essi si facevano una posizione grazie all’abilità economica o dovevano la loro ascesa tra gli equites alle buone relazioni con potenti romani. Nella prima età imperiale, il rango equestre fu concesso anche a membri dell’élite indigena dell’aristocrazia di nascita delle province. Molti cavalieri arrivavano all’ordo equester dopo una lunga carriera militare e grazie a meriti personali, con la promozione da centurione al rango di primus pilus. La maggior parte dei cavalieri, tuttavia, apparteneva all’ordo decurionum delle città dell’Impero, e doveva il proprio rango alle proprie ricchezze.
Anche nella sua composizione etnica, l’ordine equestre era molto più eterogeneo dell’ordine senatorio, per cui l’ammissione dei provinciali nel secondo ordine non portò conseguenze radicali dal punto di vista politico e sociale. Gli abitanti delle province erano rappresentati nell’ordo equester più massicciamente che nell’ordine senatorio. Durante il Principato, la stratificazione etnica dell’ordine equestre si attuò con le stesse modalità della trasformazione nella composizione dell’ordine senatorio. Nel I secolo, la maggior parte degli equites di origine provinciale proveniva da alcune regioni più urbanizzate, come la Spagna, la Gallia meridionale e l’Asia; in molte province, l’urbanizzazione creò solo gradualmente le condizioni per la formazione di ricche famiglie di sentimenti romani, i cui membri potessero essere distinti con l’equus publicus. Differente era anche l’attività professionale dei cavalieri. Molti di essi ricoprivano cariche cittadine o la funzione di iudex a Roma, altri rinunciavano ad un’attività pubblica. Coloro che ottenevano l’ascesa al secondo ordine grazie ad una carriera di centurione erano ufficiali di carriera, ma nell’ultima fase del loro cursus honorum potevano assumere le più alte cariche equestri come procuratori e prefetti. Spesso la carriera degli equites ammessi nel servizio statale cominciava con posti militari di rango equestre (militia equestris); un cavaliere prima serviva come comandante di un corpo di fanteria di 500 uomini (praefectus cohortis), poi o come ufficiale di stato maggiore in una legione (tribunus legionis) o come comandante di una coorte di fanti di 1.000 uomini (tribunus cohortis), infine come comandante di un corpo di cavalleria di 500 uomini (praefectus alae); dal II secolo, a ciò poteva aggiungersi il comando di un corpo di cavalleria di 1.000 uomini. I cavalieri particolarmente qualificati ed ambiziosi potevano ottenere, come procuratores Augusti, gli alti posti dell’amministrazione economica e finanziaria dell’Impero ed il governatorato di alcune province minori. I più capaci tra loro venivano inseriti nelle più alte cariche di corte e, dopo il posto di comandante dei vigili del fuoco della città di Roma (praefectus vigilum), di funzionario supremo con competenze relative all’approvvigionamento di grano per Roma (praefectus annonae) e di viceré dell’Egitto (praefectus Aegypti), potevano ottenere la più alta carica equestre, quella di prefetto del pretorio (praefectus praetorio). I cavalieri che entravano nel servizio statale formavano un’“aristocrazia amministrativa”. L’ordine equestre, dunque, non partecipava in massa alla conduzione politica dell’Impero romano. Tuttavia, i cavalieri delle posizioni di vertice appartenevano all’élite dell’Impero insieme ai senatori eminenti, ed il prefetto del pretorio fu il secondo uomo dello Stato.