Descrizione:Pavese comincia la sua attività di scrittore come poeta. Passerà, però, presto ai racconti e ai romanzi. Poi tornerà ancora, di tanto in tanto, a scrivere versi. Sull'opera poetica di Pavese (cioè sulla sua opera in versi) si può rinviare alle pagine di Guglielmino (Il sistema letterario. Novecento), con appena qualche integrazione. Prima di tutto bisogna ricordare che nel 1936, quando apparvero le poesie pavesiane (Lavorare stanca), era dominante in Italia il gusto "ermetico", cioè una concezione della poesia come espressione di sentimenti e immagini in un linguaggio "chiuso", difficile, astratto, lontano da ogni contatto con la realtà quotidiana: un linguaggio che usava il simbolo, l'allusione misteriosa, la parola che rimanda ad altre parole per essere capita.
Tipologia:Superiori
Testo completo:Pavese comincia la sua attività di scrittore come poeta. Passerà, però, presto ai racconti e ai romanzi. Poi tornerà ancora, di tanto in tanto, a scrivere versi.
Sull'opera poetica di Pavese (cioè sulla sua opera in versi) si può rinviare alle pagine di Guglielmino (Il sistema letterario. Novecento), con appena qualche integrazione.
Prima di tutto bisogna ricordare che nel 1936, quando apparvero le poesie pavesiane (Lavorare stanca), era dominante in Italia il gusto "ermetico", cioè una concezione della poesia come espressione di sentimenti e immagini in un linguaggio "chiuso", difficile, astratto, lontano da ogni contatto con la realtà quotidiana: un linguaggio che usava il simbolo, l'allusione misteriosa, la parola che rimanda ad altre parole per essere capita. Insomma una poesia per pochi intenditori, aristocratica, tutta intimistica anzi solipsistica.
Le poesie di Pavese apparvero subito molto diverse e in contrasto con la lirica ermetica: esse raccontavano dei fatti, descrivevano il mondo quotidiano, gli ambienti popolari, la campagna o le strade della città, e lo facevano con un linguaggio molto vicino al parlato. Quindi era una lirica che sembrò realistica, non più chiusa nel mondo privato dell'autore, ma aperta alla società, alle pene, ai drammi degli altri.
C'era anche una novità stilistica e metrica.
Il verso di Pavese era ampio, lungo (aveva il ritmo del decasillabo ma era di tredici sillabe), sembrava una prosa: e ne puoi vedere esempi nel manuale citato.
Pavese la chiamò poesia - racconto, poesia che voleva avere "la massima aderenza alle cose".
Con una felice sintesi Elio Gioanola definisce "realismo lirico" la cifra della poesia di Pavese. Gioanola adopera anche la formula "realismo mitico", per alludere alla capacità pavesiana di trovare nell'esperienza delle cose, della vita concreta , il mito, la verità profonda ed eterna.
E tuttavia Lavorare stanca "non preludeva tanto a sviluppi creativi nell'ambito della lirica in versi, quanto alla preparazione dei ritmi del racconto in prosa...
Però dopo le prime poesie a Pavese sembrò che la sua lirica corresse un rischio: di diventare una specie di raccontino in versi, un disegno soltanto, quasi uno schizzo di certi ambienti popolari e di certi personaggi (cioè una specie di bozzettismo naturalistico).
Per evitare questo pericolo Pavese modificò un po' il suo modo di fare versi e le sue liriche non si svolsero più come racconti, ma come una catena di immagini, attraverso le quali egli ricreava fantasticamente la realtà.
Tuttavia questi cambiamenti non snaturarono la poesia pavesiana, che rimase sempre in bilico tra il racconto e l'immagine.
Se scendiamo ora nel cuore della lirica di Pavese troviamo che fin dall'esordio il giovane scrittore (come accade solo ai grandi) ha trovato i temi e i toni ai quali resterà fedele per tutta la vita, in ogni sua opera.
Ecco allora che già compaiono i contrasti dolorosi tra il mondo della campagna e quello della città. E il primo è il luogo dell'infanzia, piena di mistero, di scoperte, di "verità" profonde (i miti) che colpiscono l'animo e restano dentro tutta la vita: nella campagna c'è il sesso, la scoperta della donna come femmina, la passione violenta, lo scatenarsi degli istinti; in città la solitudine, la povertà dei sentimenti, la freddezza.
Emerge, in mezzo agli altri temi, la figura dell'espatriato, che, fatta la fortuna, torna al suo paese e cerca di ritrovare nella sua terra se stesso, il senso della vita, recuperando il passato. Sarà il tema, questo, dell'ultimo romanzo, La luna e i falò.
Alcune poesie esemplari sono: I mari del Sud, Incontro, Il Dio - Caprone, Grappa a settembre.
Le prime due sono antologizzate nel manuale.
Il Dio - Caprone è una poesia che svolge il tema della campagna come infanzia e mito.
Non c'è vero realismo, la fantasia si concentra tutta sul "selvaggio", che è sangue e sesso.
Al centro il caprone, favoloso animale circondato di mistero: la campagna è piena di misteri per il ragazzo che viene dalla città in estate (= il ragazzo è lui) e tra animali e gente dei campi impara il sesso e che donne e capre, se si uniscono al maschio, restano gravide.
Quando arriva la notte e si leva la luna, le capre si agitano, perché vanno in cerca del caprone. Questo, di notte, assale ogni femmina, animale o umana e la sua violenza fa scorrere sangue. Talvolta i cani feroci strappano la catena, si uniscono al caprone e "poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna."
E la vita dei contadini si svolge in questa campagna dominata dalle forze primordiali dell'istinto: essi lavorano, zappano, cantano, bevono vino, fanno figli, ed hanno "i volti bruciati" come il colore della terra, perché "l'idea di nerezza" richiama "l'intimità di rapporto tra il contadino e la terra."
In questa istintualità primordiale le donne e i contadini assumono atteggiamenti e comportamenti animali e gli animali assurgono a dimensioni demoniache, in una caratteristica mancanza di distinzioni.
L'altra lirica, Grappa a settembre, realizza l'ideale dell'immagine - racconto: ci sono "poche immagini (nebbia, mattino, grappa, donne) che si inseguono e si intrecciano, scambiandosi qualità e caratteristiche".
E' settembre, i mattini sono chiari sul fiume. C'è odore di tabacco e c'è la grappa. "Tutto si ferma e matura." Al mattino si vedono solo donne, che ricevono il sole "come fossero frutta", anch'esse maturano ("Le strade / sono come le donne, maturano ferme.). Poi l'odore del tabacco si confonde con quello della grappa: "è un nuovo sapore" che emana dalle cose. "E' così che le donne / non saranno le sole a godere il mattino."
La donna conclude la lirica, cioè da protagonista, che ha la capacità di godere delle cose perché essa è "natura", è istinto, è terra.