Descrizione:In poche pagine la novella centra e sviluppa uno dei temi fondamentali del Verga: quello economico. Inoltre insieme alle altre Novelle rusticane rappresenta il definitivo abbandono da parte dell’autore di ogni mitizzazione nostalgica e romantica del mondo rurale. I personaggi principali sono Mazzarò e la Roba; quelli secondari sono il nobile proprietario terriero e il proprietario della chiusa limitrofa. Ci sono poi alcune comparse: le donne mogli dei braccianti, i contadini di Mazzarò e il ragazzetto.
Tipologia:Superiori
Testo completo:In poche pagine la novella centra e sviluppa uno dei temi fondamentali del Verga: quello economico. Inoltre insieme alle altre Novelle rusticane rappresenta il definitivo abbandono da parte dell’autore di ogni mitizzazione nostalgica e romantica del mondo rurale. I personaggi principali sono Mazzarò e la Roba; quelli secondari sono il nobile proprietario terriero e il proprietario della chiusa limitrofa. Ci sono poi alcune comparse: le donne mogli dei braccianti, i contadini di Mazzarò e il ragazzetto. Mazzarò può essere considerato un caso clinico, in quanto la febbre del possesso, all’avvicinarsi della morte,degenera in lui una vera e propria follia. Oggetto del desiderio è la roba, simbolo di ricchezza e di potere. Sono antagonisti il nobile che vorrebbe conservare il suo potere ma lo confonde con il prestigio e l’ossequio formale; il proprietario di una chiusa limitrofa, che rappresenta la competizione imposta dalla legge del mercato; il Re, il cui potere, nell’ottica del protagonista, è più formale che sostanziale; la religione istituzionale, che deve sottomettersi al potere di Mazzarò: infatti la processione del Santo è costretta a cambiar percorso per far passare le sue mandrie. Antagonista esistenziale è la morte.
Mazzarò, l’uomo-roba, l’eroe della logica dell’accumulo, l’arrampicatore sociale, il self-made-man della nuova società borghese, viene presentato dal narratore, che è in perfetta sintonia con il personaggio e il suo sistema di valori, in chiave celebrativa (si dice anche apologetica). In tale prospettiva i temi che ricorrono costantemente nella novella sono:
- l’ammirazione per la potenza economica di Mazzarò, il bracciante agricolo che dal nulla riesce a creare ricchezze immense, un mondo di cose dalle proporzioni smisurate. Il narratore usa spesso la figura retorica dell’iperbole per celebrare questa realtà: i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi, le file dei muli non finivano più; le donne che stavano accoccolate nel fango da ottobre a marzo, per raccogliere le olive, non si potevano contare e villaggi interi accorrevano alle sue vigne per la vendemmia; alla messe poi i mietitori di Mazzarò sembravano un esercito di sodati;
- l’esaltazione delle virtù eroiche del protagonista: l’intelligenza; l’energia infaticabile, la capacità di sacrificare tutto alla roba, per cui Mazzarò appare quasi un santo martire dell’accumulo capitalistico. E come un santo aveva rinunciato a farsi una famiglia sua per potersi dedicare anima e corpo al suo unico Amore, la Roba;
- la tensione continua a superare gli obiettivi raggiunti, il suo sogno di potenza senza limiti che lo spinge a porsi in posizione antagonista addirittura rispetto alla suprema autorità terrena: vuole arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, “ché il re non può né venderla,né dire ch’é sua”.
Tranne all’inizio, in cui Mazzarò è visto dalla prospettiva di un ipotetico viandante di livello culturale “alto” che trasforma nella sua fantasia il personaggio in un essere mitico che ha il dominio del sole e degli uccelli e che diventa una cosa sola con la terra che possiede, l’ottica narrativa è quella consueta del Verga verista, ovvero il narratore popolare, regredito rispetto al punto di vista dell’autore ma in questo caso in perfetta sintonia con il protagonista e il suo sistema di valori.
Il punto di vista del narratore è talmente solidale con il suo personaggio che anche l’avidità disumana e crudele di Mazzarò appare legittima ed addirittura meritoria. Verga sa perfettamente che la società a lui contemporanea è dominata dalla logica economica, sa che il mercato impone le sue leggi: la competizione senza scrupoli, la corsa all’affare in cui non vi può essere spazio per i nobili sentimenti. Da questo punto di vista Mazzarò è l’esponente di una classe sociale in ascesa che nella Sicilia di fine Ottocento aveva scalzato dal potere la decaduta nobiltà feudale. Questa borghesia agraria spesso di umilissime origini aveva dato avvio alla sua scalata sociale attraverso l’accumulo di terre. Mazzarò era un poverissimo bracciante, senza scarpe ai piedi e senza uno straccio di cappotto che tutti si rammentavano di avergli dato i calci nel di dietro. Molto spesso aveva strappato le terre ai nobili e inetti proprietari terrieri. Si tratta di una borghesia molto diversa da quella del Nord poiché il capitale derivante dai beni immobili non veniva reinvestito, una borghesia a cui apparteneva lo stesso Verga e di cui ben conosceva i sistemi operativi. Del resto Verga è materialista e positivista e sa perfettamente che la vita è una lotta tra gli uomini che competono tra loro per eliminarsi a vicenda. Verga quindi apprezza in Mazzarò quelle doti che hanno fatto di lui un vincitore in ambito sociale. Tuttavia sa cogliere anche il rovescio della medaglia: la religione della Roba ha risvolti che Verga non condivide, ma rimanendo fedele alla teoria della impersonalità, lascia che siano i fatti a parlare senza che l’autore intervenga dall’esterno con giudizi e commenti.
La tecnica dello straniamento viene usata anche in questo caso per far comprendere al lettore ciò che l’autore pensa: così fa apparire normale quello che in base ai valori universali è strano: ad esempio Mazzarò rimpiange i 12 tarì spesi per il funerale della madre e sceglie volutamente di non sposarsi per non mantenere una donna, rinunciando così ad avere dei figli e una famiglia. In questa Novella tuttavia il punto di vista di Verga appare più problematico e quindi ambiguo: certo Mazzarò ha qualcosa di eroico e grandioso, ma dall’altro la sua esperienza ha una forte carica di disumana negatività
La conclusione presenta un rovesciamento di prospettive: Mazzarò vincitore nello scontro con avversari umani, con la società e le sue leggi economiche, viene sconfitto dalla natura stessa che gli impone l’accettazione della morte cui nessun uomo può sottrarsi. A questo punto l’eroe diventa una macchietta grottesca in cui comicità e tragedia si fondono: Mazzarò in un gesto disperato e folle tenta di uccidere le galline per portare con sé nella morte la sua Roba e lancia il bastone fra le gambe del ragazzo seminudo che, privo di risorse, possiede però la grande ricchezza della giovinezza ed ha per sé il futuro; quel ragazzo è il simbolo del fallimento esistenziale di Mazzarò, il rimprovero vivente di tutto ciò che Mazzarò ha rifiutato: gli affetti famigliari, la continuità della vita nei figli. Nella conclusione il narratore abbandona dunque la celebrazione del suo personaggio e presentandolo come una macchietta lo condanna, ma c’è anche una nota di pietà che potrebbe provenire dallo stesso autore.
La novella può essere letta anche in chiave sociologica poiché, come già osservato, essa è radicata storicamente nella società di fine Ottocento, caratterizzata dalla crisi del latifondo feudale e dall’ascesa di una nuova classe di proprietari terrieri provenienti quasi sempre dal ceto dei nullatenenti. Tra i critici non è mancato chi ha voluto vedere nella conclusione della novella, con la pazzia e la morte del protagonista, il declino storico anche della borghesia e l’emergere di nuovi ceti produttivi, raffigurati nel ragazzetto a cui Mazzarò lancia un bastone per tentare invano di ostacolarne il cammino.
Infine si può citare un’analisi psicologica della novella in cui è stato correttamente osservato che Mazzarò è portato all’accumulo ossessivo della Roba, poiché in lui agisce la paura della fame, una paura tipica del mondo dei poveri e che rimane nell’inconscio anche quando le condizioni di miseria spariscono. Per cui Mazzarò accumulerebbe un patrimonio ingente per rendere impossibile la ricaduta nella condizione originaria di miseria.