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La Storia – Elsa Morante

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  • Descrizione: “La Storia” è uno degli ultimi e più celebri romanzi scritti da Elsa Morante. Fu composto tra il 1971 e il 1973 e pubblicato nel 1974, suscitando numerosi consensi ma anche accese polemiche a causa del suo carattere originale e anticonformista. All’interno della narrazione trovano ampio spazio le vicende della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra, nelle quali emergono le figure dei protagonisti del romanzo: Ida Ramundo e i suoi figli e il misterioso Davide Segre.
  • Tipologia: Superiori
  • Testo completo: “La Storia” è uno degli ultimi e più celebri romanzi scritti da Elsa Morante. Fu composto tra il 1971 e il 1973 e pubblicato nel 1974, suscitando numerosi consensi ma anche accese polemiche a causa del suo carattere originale e anticonformista. All’interno della narrazione trovano ampio spazio le vicende della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra, nelle quali emergono le figure dei protagonisti del romanzo: Ida Ramundo e i suoi figli e il misterioso Davide Segre.
    Ida Ramundo è una maestra elementare originaria del meridione ed ebrea da parte di madre. Rimasta vedova, trova la sua unica ragione di vita nel figlio Nino, un adolescente esuberante e spavaldo che durante la dittatura di Mussolini milita nelle squadriglie fasciste per pura spavalderia. Rincasando un pomeriggio del gennaio 1941 Ida subisce una violenza da parte di un giovane soldato tedesco ubriaco, da cui nascerà un bambino, Giuseppe detto Useppe. La vita di Ida subisce ulteriori traumi in seguito alla partenza di Nino per la guerra e alla distruzione della sua casa dopo il bombardamento di San Lorenzo nel 1943. Si susseguono vari trasferimenti, prima a Pietralata dove Ida e Useppe condividono uno stanzone con una numerosa famiglia romano-napoletana, i Mille, poi in subaffitto presso una famiglia e infine in un piccolo appartamento a Testaccio. La sua storia si intreccia con quella di Davide Segre, inizialmente conosciuto come Carlo Vivaldi, a Pietralata, dove il giovane conosce anche Nino, fuggito dai campi di battaglia e arruolato come partigiano. I due stringeranno una solida amicizia, che durerà fino alla morte di Nino in un incidente stradale durante il trasporto di merci di contrabbando. La vita di Davide sarà invece stroncata da un’overdose di morfina, sostanza di cui era diventato dipendente. Poco tempo dopo giunge un funesto epilogo anche per Useppe e Ida. Useppe viene stroncato a circa 5 anni da una grave forma di epilessia e Ida, impazzita dal dolore, finisce in un manicomio, dove morirà 9 anni dopo.
    L’intento con cui la Morante compone il romanzo è reso esplicito già nel titolo e nella copertina. La storia è considerata “uno scandalo che dura da diecimila anni”, in quanto essa non è altro che una serie di prevaricazioni dei potenti ai danni dei poveri e degli indifesi. Questa tesi è espressa in modo chiaro da uno dei personaggi del romanzo, Davide Segre, che fa da portavoce alle idee della Morante, affermando che “la storia è tutta fascista” e che “l’unica vera rivoluzione” sarà quella anarchica, che cancellerà il potere, causa millenaria della disuguaglianza tra gli uomini. L’autrice sceglie di raccontare le vicende della seconda guerra mondiale per evidenziare il paradosso storico per cui coloro che non volevano la guerra, che non l’hanno né preparata né decisa, sono  costretti a subirne le conseguenze in modo pesantissimo. In questo romanzo la storia viene affrontata in modo diretto e i suoi crimini sono denunciati in modo diretto. Alla base del male vi è il Potere, che si contrappone agli umili e agli emarginati, considerati figure positive. Ida, la protagonista, è in questo senso una figura significativa. Una donna insignificante, invecchiata prima del tempo, rassegnata, sofferente e nella sua vita non ha scopi da raggiungere, al di là della propria sopravvivenza e della difesa dei suoi figli. Una creatura dominata dalla paura, vive costantemente in allarme nel timore di sventure improvvise e nel terrore che il suo segreto, ovvero l’essere per metà di origine ebrea, venga scoperto in un modo o nell’altro. Alcuni suoi atteggiamenti ricordano quelli degli animali, a cui spesso l’autrice paragona i suoi personaggi. Ciò è dovuto non ad una tendenza ad “animalizzare” gli uomini ma ad umanizzare gli animali, i quali costituiscono figura positive, in quanto sono i più vicini all’istintività naturale non contaminata dal Potere. Un esempio il cane Bella, trovato da Nino durante la guerra e affidato a Ida e Useppe. Questa viene spesso descritta come dotata di un’istintività atavica, che le fa ricordare le sue lontane origini e la sua vicinanza alla natura. A causa di questa visione così negativa del potere in tutte le sue forme, i personaggi ai quali l’autrice si mostra più affezionata sono quelli da esso più lontani e quindi meno contaminati. Il caso di Ida Ramundo, la quale concepisce il Potere come un’entità astratta, remota e minacciosa da cui ci si deve aspettare ogni tipo di persecuzione e di colpo basso. Le uniche due istituzioni con cui entra in contatto, e che non percepisce come estranee, sono anche le due più elementari: la famiglia, basata su istinti naturali, e la scuola, prevalentemente formata da bambini. Essendo rimasta interiormente bambina, si trova a disagio nel mondo degli adulti e riesce a trovare la forza di reagire solo quando c’è di mezzo l’incolumità dei figli, soprattutto di Useppe, per il quale riesce addirittura a infrangere il suo codice morale e a compiere piccoli furti al fine di nutrirlo.
    Il tema della maternità assume un ruolo centrale per la Morante, che non ha avuto figli e che lo vede come un elemento misterioso e divino. Ida è particolarmente legata a questa tematica, in quanto quello materno è il suo sentimento più forte; ogni suo gesto è finalizzato al benessere dei figli, la sua unica ragione di vita. Quando questi vengono a mancare uno dopo l’altro, la sua personalità si sbriciola e Ida finisce per impazzire. Come Pasolini, la Morante mostra una forte predilezione per i personaggi popolari, che anche se contaminati da vizi e bassezze sono destinati alla salvezza. Altri elementi di contatto con Pasolini sono la scelta di un linguaggio popolare colorito, l’ambientazione nelle borgate e nei quartieri popolari di Roma, l’ideologia di fondo anarchico-populista-cristiana e la pietà per le tragedie dei personaggi più umili. Anche Pietro Scimò, una delle figure con cui entra in contatto Useppe, presenta dei legami con i personaggi pasoliniani, in particolare con i “ragazzi di vita”.
    Al carattere neorealista che contraddistingue il romanzo si contrappone una vena fantasiosa e una tendenza all’esotico e al favoloso. Testimoni di questa capacità di trasfigurazione sono soprattutto Useppe e Nino, che emergono anche grazie alla loro pienezza di vita e di umanità. Nino, nonostante le caratteristiche negative del suo carattere, grazie all’abilità della Morante, diventa la rappresentazione stessa della voglia di vivere, testimoniata dalla sua simpatia travolgente e dall’irruenza con cui vive ogni esperienza. L’idea della guerra lo attira e non vede l’ora di parteciparvi, in quanto è convinto che questa sia un semplice gioco e che nulla di male possa accadergli. Invece, anche se in modo in diretto, proprio la guerra sarà la causa della sua morte. Il personaggio più apprezzato dalla critica è però Useppe, che rivela il suo desiderio di vivere già appena nato, venendo al mondo con gli occhi ben aperti e mostra subito interesse per tutto ciò che lo circonda. Ogni luogo è per lui paragonabile ad un paradiso terrestre, persino lo stanzone degli sfollati di Pietralata, dove insieme alla madre conosce “I Mille”. Useppe è caratterizzato da un misto di simpatia, intuizione e bontà. Se da un lato può essere considerato un po’ sciocco e ritardato per la sua difficoltà ad imparare a parlare e a fare ciò che gli insegnano all’asilo, dall’altro è dotato di una facoltà intuitiva quasi profetica che crea un contatto quasi mistico con la natura. Questa peculiarità del personaggio ha fatto parlare del carattere mistico e ispirato del romanzo, che influenza profondamente il taglio neorealistico dell’opera. La morte di Useppe a causa dell’epilessia, “il Grande Male” come viene più volte definita nel libro, fa vacillare la tesi della Morante, in quanto la malattia non è provocata dalla storia o dalla guerra, né può essere attribuita alla paura delle persecuzioni razziali di cui è stata vittima la madre. La responsabile è in questo caso la natura, descritta come regno del bene. Ciò mostra come l’ideologia della Morante, basata sulla contrapposizione tra Storia e Natura, non sia valida per spiegare la totalità del mondo e di questo fatto sembra esserne cosciente l’autrice stessa. Il suo sospetto viene rappresentato in modo emblematico da Davide Segre, il cui sistema di idee è continuamente smentito dai fatti: vuole essere un non-violento per opporsi al “fascismo” della storia ma durante la sua esperienza partigiana giunge persino alla crudeltà; odia la droga, considerata un vizio borghese, ma ne finisce vittima. Quella di Davide Segre è una figura sofferta, oltre che il testimone di un fallimento ideologico; è tormentato dal dolore e dal male che costituiscono l’essenza dell’esistenza, non solo dalla Storia e dal Potere. L’anarchia della Morante risulta valida nella sua tendenza a schierarsi dalla parte del popolo, degli umili e degli oppressi, ma quando l’autrice tenta di farla diventare uno strumento per spiegare ogni cosa vengono a galla tutti i suoi limiti.
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