Descrizione:Nei duecento metri di rilievo sono narrate le due guerre daciche, condotte da Traiano, nel 101-102 e nel 105-107, al di là del Danubio e al di là delle Alpi Transilvane sino ai Carpazi orientali. Le spedizioni contro i popoli della Dacia erano state decise da un lato come conseguenza della scarsa sicurezza del confine danubiano; dall'altro rientravano nel quadro di una politica d’espansione verso l'Oriente, il Mar Nero e I'Armenia, che esigeva sicurezza nella regione balcanica. Col possesso della Dacia, il Mar Nero veniva sotto controllo romano, e il paese possedeva ricchi giacimenti di oro e di ferro.
Tipologia:Università
Testo completo:Nei duecento metri di rilievo sono narrate le due guerre daciche, condotte da Traiano, nel 101-102 e nel 105-107, al di là del Danubio e al di là delle Alpi Transilvane sino ai Carpazi orientali.
Le spedizioni contro i popoli della Dacia erano state decise da un lato come conseguenza della scarsa sicurezza del confine danubiano; dall'altro rientravano nel quadro di una politica d’espansione verso l'Oriente, il Mar Nero e I'Armenia, che esigeva sicurezza nella regione balcanica. Col possesso della Dacia, il Mar Nero veniva sotto controllo romano, e il paese possedeva ricchi giacimenti di oro e di ferro.
I fatti delle raffigurazioni della Colonna Traiana sono esposti secondo un ordine cronologico, e con molta precisione sono indicati i particolari degli armamenti dei vari corpi militari. Dal punto di vista artistico, dobbiamo riconoscere nel fregio della Colonna Traiana la più alta e la più originale espressione del rilievo storico romano, ed una delle più significative opere d'arte di tutta l'antichità.
La narrazione di ognuna delle spedizioni di guerra si basa sopra alcuni temi fissi, che probabilmente erano temi già entrati nel repertorio delle pitture trionfali: la partenza, la costruzione di strade e di fortificazioni, le cerimonie religiose, il discorso alle truppe, l'assedio, la battaglia, la sottomissione dei nemici vinti e talora scene di crudeltà e di saccheggio, documenti della distruzione di un popolo. Ma ognuno di questi temi viene adattato alle circostanze, variato nei particolari; e tra l'uno e l'altro si inseriscono gli episodi che hanno caratterizzato lo svolgersi di quella campagna.
Dal punto di vista della tematica, si tratta di un'opera d'arte al servizio della propaganda imperiale e di carattere celebrativo. Ma la superiore libertà dell'artista si afferma pienamente nel modo di rappresentare e comporre l'argomento nei suoi episodi, tanto che allo scopo egli ha creato un linguaggio formale nuovo. In quanto al contenuto, la scena che rappresenta un dialogo dell'imperatore con Sura è un esempio del modo nel quale viene raffigurato il potere direttivo esercitato da Traiano: è una scena esemplare, nella quale si afferma la nuova concezione del principe, primo funzionario dell'apparato statale, dirigente impegnato con tutta la sua capacità, la sua serietà di uomo. Non vi è mai, in tutte le numerose raffigurazioni dell'imperatore, una posa di esaltazione, di adulazione. Anche nella grande scena di sottomissione, che chiude la seconda campagna della prima guerra, l'imperatore seduto, visto di profilo, appare più un giudice che un vincitore. Vi è una profonda differenza di concezione etico-politica tra queste raffigurazioni e quelle della Colonna Antonina, dove il nemico è massacrato e vilipeso, o nelle raffigurazioni monetali degli imperatori cristiani del IV secolo, quando, giganteschi personaggi, calcano sotto i piedi il nemico abbattuto.
Quel rispetto per il nemico vinto, che si trova espresso sulla Colonna Traiana, era ancora un riflesso di un'etica derivata dalla cultura greca e dalla filosofia stoica. Ne sarà ancora partecipe Marco Aurelio, che la esprime nelle sue memorie. Ma nei rilievi della Colonna Traiana vi è qualche cosa di più. Si resta dubbiosi se nella simpatia con la quale sono raffigurati i Daci e con la quale si insiste sulla loro sempre risorgente guerriglia nei boschi, la grandezza d'animo dei loro suicidi collettivi, la miseria delle famiglie contadine profughe, obbligate all'esodo dalle loro montagne, si debba riconoscere un tratto superiore dell’equanimità di giudizio voluta da Traiano o piuttosto l'espressione di sentimenti personali dell'artista, che come provinciale conosceva direttamente la miseria della soggezione a Roma. Artisticamente, le raffigurazioni della resistenza dacica sono fra gli episodi più validamente espressi. La narrazione della fine di Decebalo, il capo dei Daci, acquista il valore di una glorificazione del fiero combattente per l'indipendenza del suo popolo: fuga attraverso i boschi con esigua scorta, mentre i soldati romani conducono cavalli carichi di vasellame prezioso del tesoro reale svelato da un tradimento; Decebalo che si aggira non lontano dalla città per località impervie e boscose; che parla ai suoi fidi, alcuni dei quali si uccidono; avvistato dalla cavalleria romana fugge con pochi fedeli, finché, raggiunto, si lascia cadere dal cavallo e si uccide. La sua testa, sopra un largo piatto, verrà portata fra le truppe romane.
Nell'arte traianea, e particolarmente nella Colonna Traiana, quella fusione tra ellenismo orientale e tradizione artistica medio-italica si è realizzata nel modo più pieno e ha dato nascita ad una forma artistica nuova, interamente romana.
Già nella corrente dell'arte plebea si notano soluzioni che precorrono l'arte tardo-antica; alcuni di questi modi dell'arte plebea entrano anche nel linguaggio della Colonna Traiana, attraverso la pittura trionfale. Ma non vi sono mai proporzioni gerarchiche e simboliche, composizioni paratattiche su fondo neutro. La sostanza del linguaggio rimane aderente alla grande tradizione del naturalismo ellenistico, ne è un estremo punto di arrivo. Una concezione diversa, tardo-antica, della forma artistica si avrà solo con l'abbandono ed il rifiuto dei principi fondamentali del naturalismo ellenistico. Il primo accenno di crisi, in questo senso, si avrà con l'età di Commodo. Non la si ha nel fluido rilievo disegnativo della Colonna Traiana, che trova i suoi riscontri formali più prossimi nei rilievi del monumento funerario dei Giuli a St. Remy di Provenza, traduzione in pietra di pitture ellenistiche eseguite in un centro largamente permeato di cultura greca come era la Narbonese sino al I secolo a.C.
Questa diagnosi critica, che porta a respingere il riconoscimento di caratteri tardo-antichi nella Colonna Traiana, sembra valida, anche se bisogna registrare un particolare momento espressivo che va nel senso di un'attenuazione non tanto del naturalismo quanto della coesione organica delle forme costituenti la figura umana. Un'attenuazione della coesione organica consente al Maestro della colonna di piegare e adattare il corpo umano in modo non naturale, a formare elemento ornamentale, geometrico riempimento di vuoti; ma la si trova sui rilievi della colonna soltanto nelle figure dei morti, che si intrecciano, si accumulano, assumendo posizioni contorte che l'artista adatta agli spazi da comporre. Il punto di partenza lo troviamo nella scultura di Pergamo; ma ciò che era là accenno isolato, diviene qui motivo ricorrente e variato, diviene un tema, che troverà frequente applicazione nelle raffigurazioni delle battaglie fra Romani e Barbari sui sarcofagi del tardo Il e specialmente III secolo. In questo senso, la scultura della Colonna Traiana si ricollega con quella più tarda; ma il concetto formale rimane profondamente diverso ed il motivo ripreso ha valore essenzialmente iconografico.
Dobbiamo riconoscere la grandezza del “Maestro delle Imprese di Traiano” anche per la ricchissima invenzione di schemi iconografici nuovi. Dopo i grandi maestri dell'antichità classica ed ellenistica, qui per la prima volta uno scultore inventa un linguaggio nuovo che non rappresenta una svolta, ma un punto di arrivo nello svolgimento di una cultura artistica che procede nel pieno possesso di tutti i mezzi espressivi che prima di allora erano stati elaborati nel corso della sua tradizione. Per tutte queste ragioni e perché non vi è rottura con il naturalismo ellenistico ma, al contrario, estrema affermazione e sviluppo, la Colonna Traiana non può dirsi alle soglie dell'arte tardo-antica.
Lo stile creato dal “Maestro delle Imprese di Traiano” fu, a Roma e nelle opere direttamente dipendenti dal centro, interrotto nei suoi sviluppi dalle scelte e preferenze del successore di Traiano, Adriano, del quale le fonti letterarie conservano ricordo di urti, in età giovanile, con Apollodoro. L'urto si sarebbe ripetuto in modo più aspro dopo l'avvento di Adriano al potere, tanto da giungere alla condanna all'esilio e forse alla morte del grande architetto da parte dell'artista dilettante divenuto imperatore. È certo che nell'attico dell'Arco di Benevento si avverte un mutamento di indirizzo.