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Lo sviluppo del metodo di Lachmann

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  • Descrizione: Vi sarà una forte presa di coscienza in età carolingia (Paolo Diacono, Lupo di Ferrières etc.); trascrivendo un testo gli studiosi si servivano di più esemplari, facendo una sorta di collazione. Il Campo di scrittura ci ricorda l'indovinello veronese. Il concetto che la penna ara un campo risale alla palliata, ovvero al periodo arcaico della letteratura latina. Anche gli scribi irlandesi avevano coscienza delle corruttele dei testi e della necessità di emendarle.
  • Tipologia: Università
  • Testo completo: Vi sarà una forte presa di coscienza in età carolingia (Paolo Diacono, Lupo di Ferrières etc.); trascrivendo un testo gli studiosi si servivano di più esemplari, facendo una sorta di collazione.
    Il Campo di scrittura ci ricorda l'indovinello veronese. Il concetto che la penna ara un campo risale alla palliata, ovvero al periodo arcaico della letteratura latina. Anche gli scribi irlandesi avevano coscienza delle corruttele dei testi e della necessità di emendarle. Il codice Oblungus di Lucrezio, uno dei più importanti insieme al Quadratus e alle Schede, è stato scritto in carolina, ad opera del “corrector saxonibus”, l'irlandese Dunngal approdato alla corte di Carlo Magno. L'Irlanda fu ampiamente fornita di testi classici quando fu evangelizzata poiché prima non vi si parlava il latino ma il gaelico.
    Nell'Umanesimo il metodo filologico viene fatto proprio da alcuni grandi personaggi, come il Poliziano, che scrisse anche i Miscellanea, voluminosi manuali di filologia. Poliziano, frequentando la Biblioteca Medicea Laurenziana, si accorse che nel Laurenziano 49,7 un fascicolo era spostato, errore passato a tutti i suoi descripti. Per primo il Poliziano capì che c'è una storia di tradizione dietro ogni testo.
    Il primo che capì il concetto di archetipo medievale già sfigurato da corruttele fu Erasmo da Rotterdam, che negli Adagia scrive che spesso è inutile collazionare il testo di tanti codici perché “fit enim saepe multo unim archetipi mendum modo vivi fucum aliquem...” e si propaghi in tutta la discendenza dei codici, e cita Omero.
    L'editio princeps di un testo è in genere la stampa di un qualsiasi codice in umanistica. Molti umanisti, come Petrarca, Poliziano e Lorenzo Valla, compresero che spesso i recentiores sono deteriores.
    Wolf scrisse i Prolegomena ad Homerum e capì che il testo omerico era uno dei più complicati per i tagli e le aggiunte.
    Sono fondamentali i lavori di Karl Lachmann, che solo si arrogò il merito di aver ricostruito il testo di Lucrezio e di aver messo a punto il metodo stemmatico. Il De rerum natura rimase incompiuto per la morte prematura dell'autore, per suicidio secondo San Girolamo, e fu pubblicato per volontà di Cicerone, ebbe molte difficoltà per il suo epicureismo: ci è giunto solo per qualche verso in florilegi medievali, e poi in tre codici di età carolingia, Oblungus, Quadratus e le Schede, fogli volanti trovati nella biblioteca di Copenaghen, e molti codici umanistici di poco valore.
    Il Quadratus e le Schede sono imparentati tra di loro: secondo il Lachmann quando c'è un accordo in lezione tra Oblongus e Schede, in errore è il Quadratus; è il principio dei due contro uno. La genialità del Lachmann fu la scoperta della possibilità di risolvere alcuni problemi in modo meccanico, riducendo scientificamente i margini di arbitrio dell'editore. Poté ricostruire la forma materiale dell'archetipo accorgendosi che nel Quadratus e nelle Schede c'erano tre spostamenti di gruppi di 26 o 52 versi, e che altre due trasposizioni e una grossa mutilazione nel I libro erano comuni anche all'Oblungus, quindi dovevano trovarsi anche nell'archetipo. Questi guasti si spiegano solo ammettendo che le pagine dell'archetipo fossero di 26 righe, dividendo il numero di versi del De rerum natura per 52 ottenne il numero di fogli dell'archetipo. Questa dimostrazione ottenne straordinario successo presso i contemporanei. Anche Lachmann era partito nei suoi studi dal Nuovo Testamento. Dopo Lachmann la linguistica portò a studiare i testi dal punto di vista della teoria delle aree laterali e dei volgarismi linguistici.
    Bedier, filologo romanzo che studiava l'Ai de l'hombre, disse che nei suoi lavori si era trovato sempre con stemmi bipartiti su cui non si poteva usare il principio del due contro uno, ma solo lo iudicium dell'editore e che questa bipartizione era sospetta perché lo studioso nella sua presunzione si turba nel dialogare la soluzione a qualcosa di meccanico e preferisce porsi in una situazione che lo porta a scegliere la soluzione che più lo aggrada. Il discorso di Bedier è vero per i rami umanistici bassi della tradizione, ma in realtà le tradizioni dei classici sono spesso a quattro o cinque famiglie, ovvero la tradizione è aperta. Quello di Bedier è un falso problema. Alcune scuole di filologia, come quella americana, però, sostengono ancora che si debba fare l'edizione di un testo basandosi solo su un codice ritenuto attendibile, con alto rischio.
    Nelle edizioni degli Annales  di Ennio, che conosciamo solo per tradizione indiretta di Cicerone e grammatici, troviamo un frammento di verso di quattro parole del libro X, riferite a come si calcola la distanza tra la terra e il cielo: “cursus quingentos saepe veruti”. “veru” è lo spiedo, da cui si è ricavato l'aggettivo. Nell'apparato critico di Ennio curato da Vahlen si legge che queste quattro parole ci sono arrivate da Festo, un grammatico che scrisse il De significatione verborum. I glossari medievali erano opere in fieri. Festo riporta la seguente frase: “veruta pila dicuntur quod velut veru habent praefixa, Ennius liber X”: poi una lacuna a questo pezzo di verso. Queste due righe si trovano nel Festo farnesiano in romanesca del secolo XI, che è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli ed è stato molto danneggiato dall'umidità per circa metà di ogni pagina e ha perso alcuni fascicoli. Prima di questo Poliziano ne aveva fatto una copia, che è conservata alla Biblioteca Vaticana.
    Si notò che questo moncone di verso era in realtà di Lucrezio (IV, 449); si pensò quindi che Lucrezio avesse copiato da Ennio, giacché anche nel ricordare il sacrificio di Ifigenia riecheggia Ennio, ma non è mai imitazione pedissequa di un verso.
    Nella copia di Poliziano, che era stato uno dei primi a nutrire una concezione scientifica della filologia, ogni riga che non poteva essere ricopiata perché danneggiata dall'umidità è sostituita da un'H, o due o tre. Si trova quindi: “H veruta pila dicuntur quod H habent praefixa. Ennius liber X H H cursus quingentos saepe veruti”.
    Le due H indicano che manca un'intera riga, quindi doveva esservi la citazione dell'aggettivo “verutum” in Ennio e poi la citazione di Lucrezio. Possiamo solo dire che Ennio ha usato l'aggettivo”verutum” perché Festo che lo testimonia.
    Tuttavia non ci si deve mai staccare dalla realtà del manufatto. Anche l'archeologia e il confronto con la tradizione epigrafica ci aiutano nel documentare lo stadio di una lingua. Oltre ai grammatici c'erano gli insegnanti di retorica, come Quintiliano, che era molto preciso nello stabilire gli errori commessi dalla lingua parlata. Nel libro I dell'Institutio oratoria parla di barbarismi: aggiungere o togliere una lettera o una sillaba, sostituire o spostare una lettera o una sillaba (adiectio, detraxio, immutatio, trasmutatio). Quintiliano fa degli esempi: un signore di Piacenza diceva “precula” invece di “pergula”; nello stesso barbarismo cadde Ennio utilizzando un un genitivo di matrice omerica (-oio). Anche Ovidio dice “vinoeo bonoeo” riecheggiando qualcosa di arcaico. Resta il dubbio però perché siamo in presenza di un nome proprio tipicamente romano ed Ennio fa poesia seria negli Annales, a differenza di Ovidio che sta scherzando. Si è osservato che Ennio è un poeta alessandrino che ama dei giochi di parole, ma a livello colto, come la sincope “do” per domum, che riecheggia il termine omerico; ma questo caso sarebbe un unicum. Lo stesso Quintiliano considera distinti i due episodi, citando Ovidio a distanza di molti paragrafi. Più semplice è considerare che Ennio utilizzi un genitivo arcaico non greco ma latino. Il lapis Satricanus, tra IV e V secolo a.C., è un vaso che reca l'espressione “copiosio valesosio”, da qui si può quindi arrivare da osio a oio (-osio>osjjo>oio). Una ciotola di Ardea risulta appartenere a “Titoio” (III secolo a.C.). Chiaramente “Metioeo Fufetioeo” è un genitivo arcaico, forse con un'influenza dialettale: si rifà a un momento preciso della storia delle lingua latina; Quintiliano lo qualifica come barbarismo perché al suo tempo non era più riconoscibile. Arcaismi si trovano anche in Plauto e nei poeti della palliatae, ma molto meno in Terenzio. Fraenkel ha dimostrato che mediante i riferimenti all'attualità romana e alla lingua parlata possiamo stabilire con esattezza quando Plauto si distacca dal modello greco, anche perché spesso lo segnala usando all'inizio e alla fine del passo lo stesso verso.
    “Febriculosae” riferito alle prostitute non indica che fossero affette da malattie veneree, che arrivarono in Europa dopo la scoperta dell'America, ma malariche, giacché abitavano vicino al Tevere.
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