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Piantagioni capitalistiche e piantagioni indigene

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  • Descrizione: Alla varietà delle coltivazioni di sussistenza si contrappone l'uniformità delle monocolture di piantagione: si tratta di inviare ai paesi industriali delle zone temperate certe merci che possono essere raccolte soltanto nelle zone tropicali; la speculazione è fondata sulla specificità geografica dei paesi produttori. Altre colture prendono forza dall’opportunità di sostituire o integrare alcune produzioni europee con analoghe produzioni tropicali a prezzi più bassi o con caratteristiche diverse.
  • Tipologia: Università
  • Testo completo: Alla varietà delle coltivazioni di sussistenza si contrappone l'uniformità delle monocolture di piantagione: si tratta di inviare ai paesi industriali delle zone temperate certe merci che possono essere raccolte soltanto nelle zone tropicali; la speculazione è fondata sulla specificità geografica dei paesi produttori. Altre colture prendono forza dall’opportunità di sostituire o integrare alcune produzioni europee con analoghe produzioni tropicali a prezzi più bassi o con caratteristiche diverse. Sono piante che crescono bene ai tropici: la scelta è dettata dai vantaggi del clima.
    La diversità di popolamento e di colonizzazione contribuisce a differenziare i paesaggi di piantagione.
    La trasformazione del paesaggio ebbe inizio con le aziende che i piantatori creoli realizzarono a partire dal XVI secolo nelle Antille e in qualche punto delle coste sudamericane. Per il sostentamento della manodopera, costituita da schiavi negri, una porzione del terreno era destinata alle colture alimentari, che rompevano la monotonia del paesaggio.
    Il caso più comune rispecchia aziende familiari di medie dimensioni, nelle quali il proprietario bianco impiega alcuni salariati di colore, discendenti da schiavi o da immigrati. Alla canna e al caffè si aggiungono secondo i luoghi banane, ananas, tabacco; una parte del terreno è riservata alle colture alimentari e al legname da opera. Salariati e coloni hanno in godimento un minuscolo pezzo di terra, in cui coltivano ortaggi e allevano maiali e volatili.
    Le grandi piantagioni capitalistiche, estese fino ad alcune migliaia di ettari, sono suddivise in unità aziendali di 200-300 ettari, dotate di un proprio centro direttivo attrezzato per la prima trasformazione dei prodotti.
    Ci sono casi di gigantismo: società speculative che con la loro potenza finanziaria possono condizionare le economie nazionali.
    La crescita dell'agricoltura di piantagione è dovuta a due cause fondamentali: la decolonizzazione e lo sviluppo del sistema agro-industriale. Gli Stati emersi dalla decolonizzazione hanno favorito l'agricoltura di piantagione perché forniva i capitali necessari a innescare il processo di industrializzazione: l'agricoltura assumeva il ruolo di "motore dell'industrializzazione". La seconda ragione è lo sviluppo del sistema agro-industriale. Le industrie agro-alimentari raggruppate in enormi imprese multinazionali con capitale americano, a partire dagli anni Settanta hanno rivolto i loro investimenti al terzo mondo tropicale: in cambio delle facilitazioni ricevute dallo Stato, esse reinvestono sul posto una parte dei profitti, animando il decollo industriale.
    Recentemente sono nate delle piccole piantagioni per iniziativa di agricoltori autoctoni, a somiglianza di quelle europee ma con un livello tecnico più basso.
    L'evoluzione in atto mira all'abbandono della rigida monocoltura; si va diffondendo l'agricoltura contrattuale, attivata da un rapporto contrattuale tra la società straniera e la collettività contadina attraverso l'intermediazione di una rete di commercianti locali. L'agricoltura delle regioni tropicali sta perdendo il suo carattere di attività autonoma e si va integrando alla catena agro-alimentare mondiale.
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