Roma arcaica: i successi dei plebei

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Il primo grande successo dei plebei fu la creazione di istituzioni proprie: ciò significò la nascita di un’organizzazione per l’autodifesa, per la lotta politica e per l’unione in quanto ordine specifico contro l’aristocrazia. Questo evento si ebbe nel 494 a.C., quando la prima secessione del popolo fu coronata da successo e fu introdotta l’istituzione del tribunato della plebe.

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Il primo grande successo dei plebei fu la creazione di istituzioni proprie: ciò significò la nascita di un’organizzazione per l’autodifesa, per la lotta politica e per l’unione in quanto ordine specifico contro l’aristocrazia. Questo evento si ebbe nel 494 a.C., quando la prima secessione del popolo fu coronata da successo e fu introdotta l’istituzione del tribunato della plebe. Nel 493 a.C., fu eretto sull’Aventino il tempio della dea Cerere, il cui culto era riservato ai plebei; questa fondazione rappresentò la riunione della plebe in una comunità sacrale. Il popolo poteva legittimare la propria unione soltanto con il ricorso alla protezione divina; questo atto era una cosciente imitazione della fondazione del tempio di Giove sul Campidoglio, avvenuta nel 507 a.C., per esprimere l’autonomia della comunità separata plebea. Questa comunità non limitò la propria attività all’amministrazione di un culto religioso, bensì avanzò le pretesa di essere uno “Stato nello Stato”. I plebei tenevano assemblee proprie (concilia plebis), in cui prendevano decisioni proprie (plebiscita). Eleggevano i loro capi, gli aediles ed i tribuni plebis; con un giuramento sacro (lex sacrata), decretarono l’inviolabilità (sacrosanctitas) dei tribuni della plebe, rivendicarono il loro aiuto (ius auxilii) contro l’arbitrio dei magistrati patrizi ed imposero che i tribuni della plebe potessero intervenire nei procedimenti delle autorità patrizie contro un plebeo (ius intercedendi), ed ottennero un diritto di veto contro magistrati e senato. Queste istituzioni si dimostrarono politicamente efficaci grazie all’appoggio delle masse popolari.
Il secondo successo i plebei l’ottennero con la divisione di tutta la popolazione secondo un principio più favorevole e con il nuovo ordinamento dell’assemblea popolare adeguato ai loro interessi. Il provvedimento di riforma, nella riorganizzazione della divisione in tribù, avvenne contemporaneamente all’introduzione del tribunato della plebe. Le tre antiche associazioni gentilizie non furono abolite, ma sostituite con tribù organizzate su base regionale. Quattro di queste, la Suburana, la Palatina, l’Esquilina e la Collina, in quanto tribus urbanae, corrispondevano alle quattro zone della città; a queste si aggiunsero, nel V secolo a.C., le 16 tribus rusticae, ed il numero aumentò a partire dalla fine del V secolo, fino a raggiungere la cifra complessiva di 35. Poiché la divisione in tribù serviva come base per l’assemblea popolare, la sua importanza politica era notevole. Nell’assemblea popolare, organizzata sulla base di tribù costituite regionalmente (comitia tributa), i patrizi non poterono più presentarsi al vertice di una gente chiusa sotto il loro controllo e dominare l’assemblea impiegando i loro clienti. Il nuovo assetto offrì possibilità per l’agitazione plebea, che non poteva più essere ridotta al silenzio.
Un terzo successo i plebei poterono registrarlo alla metà del V secolo a.C., la codificazione del diritto nelle Leggi delle XII Tavole (leges duodecim tabularum). Non si trattò di una legislazione filoplebea, ma soltanto di una fissazione scritta del diritto vigente. Le caratteristiche arcaiche delle leggi erano evidenti. Tuttavia, il fatto che il diritto vigente fosse fissato per iscritto, costituì una riforma politica di grande importanza: il cittadino comune poté difendersi contro l’ingiustizia e le violenze da parte dei potenti. Le Leggi delle XII Tavole non consideravano più come gruppi sociali soltanto l’aristocrazia ed il popolo ordinario: prendevano in considerazione la ricchezza come criterio della stratificazione sociale, con la distinzione tra i possidenti (assidui) ed i nullatenenti (proletarii).
L’attenzione alle condizioni patrimoniali favorì i plebei ricchi, che non potevano più essere considerati come parte della massa. Quanto fosse importante un riordinamento della struttura sociale romana basato sulla ricchezza, fu dimostrato dal quarto successo della plebe: essa poté imporre una nuova articolazione del corpo cittadino in classi di proprietà. Nella tradizione romana, questa costituzione timocratica fu attribuita al re Servio Tullio, figura tipica del riformatore democratico. Questa costituzione, tuttavia, fu attuata solo dopo il 450 a.C.; l’istituzione della carica del censor, per la definizione della qualificazione patrimoniale dei cittadini, nel 443 a.C., deve aver segnato il suo inizio. Le condizioni patrimoniali furono calcolate secondo l’equipaggiamento militare che i cittadini potevano permettersi in guerra. Questa costituzione, dunque, nacque del nuovo ordinamento dell’organizzazione militare, dopo l’introduzione della tattica oplitica. Sopra le classi (supra classem) c’erano gli equites, i componenti dell’aristocrazia equestre patrizia, divisi in 18 centurie. La prima classe comprendeva le 80 centurie della fanteria pesante, che rappresentava la spina dorsale di tutto lo schieramento militare romano; in questa classe predominavano i plebei ricchi. Alla seconda, terza e quarta classe appartenevano, con 20 centurie ciascuna, gli alti possidenti con qualificazione patrimoniale decrescente. Nella quinta classe, composta di 30 centurie, erano riuniti i poveri. Oltre a queste unità c’erano due centurie di fabri, che manovravano le macchine da guerra ed erano assegnati alla prima classe, e le due centurie di musici, associati alla quinta classe. I proletari erano raggruppati in una centuria, situata al di sotto dell’ordinamento delle classi (infra classem).
Anche questo nuovo ordinamento fu la base organizzativa dell’assemblea popolare. Nell’assemblea popolare, organizzata per classi e centurie (comitia centuriata), ogni centuria aveva un voto. La votazione per centurie, dunque, significava che gli appartenenti alle centurie equestri ed alla prima classe, con i loro 98 voti, potevano battere le restanti 95 centurie. Questo sistema garantiva ai proprietari la supremazia sulla massa del popolo.
Furono rafforzate le differenze sociali tra l’aristocrazia ed il popolo ordinario; fu portata a termine anche la divisione dei fronti tra patrizi e plebei, divisione che era cominciata con l’unione del popolo in una comunità separata. Fino al primo terzo del IV secolo a.C., questa divisione tra gli ordini fu alla base della società romana. Tuttavia, la costituzione serviana scosse l’ordinamento sociale arcaico ed aprì la strada alla formazione di un nuovo modello sociale. Benché i nobili avessero rappresentato il vertice della società, per il mantenimento di questa posizione non era più determinante la loro origine eminente, bensì la loro posizione economica. Ai plebei ricchi fu assicurata una posizione sociale di rilievo. Questo gruppo d’élite della plebe fu riconosciuto come potenziale partner dell’aristocrazia, poiché i patrizi non potevano più dominare l’assemblea popolare da soli, ma solo alleandosi con la prima classis del popolo. Questa alleanza si espresse nell’abolizione ufficiale del divieto matrimoniale tra appartenenti all’aristocrazia ed al popolo. Questa riforma fu attuata nel 445 a.C., con la lex Canuleia. Essa andava nella stessa direzione della costituzione timocratica, cioè dell’avvicinamento e dell’accordo tra i patrizi e l’élite plebea.