Descrizione:Scegliere l’etica significa scegliere tra il bene e il male La scelta tra la vita estetica e la vita etica non è un dilemma perfetto, perché solo un termine può venire scelto e l’altro sorge dal fatto di non scegliere. Con questa scelta non scelgo tra il bene e il male, ma scelgo se sottopormi o meno al contrasto tra bene e male. È vero che chi sceglie, sceglie il bene, ma ciò appare dopo; poiché l’estetica non è il male, ma l’indifferenza. Perciò non importa tanto volere il bene o il male, quanto di scegliere il fatto di volere; ma in questo modo vengono posti di nuovo il bene e il male.
Tipologia:Superiori
Testo completo:Scegliere l’etica significa scegliere tra il bene e il male
La scelta tra la vita estetica e la vita etica non è un dilemma perfetto, perché solo un termine può venire scelto e l’altro sorge dal fatto di non scegliere. Con questa scelta non scelgo tra il bene e il male, ma scelgo se sottopormi o meno al contrasto tra bene e male. È vero che chi sceglie, sceglie il bene, ma ciò appare dopo; poiché l’estetica non è il male, ma l’indifferenza. Perciò non importa tanto volere il bene o il male, quanto di scegliere il fatto di volere; ma in questo modo vengono posti di nuovo il bene e il male. Chi sceglie l’etica, sceglie il bene, ma è un bene completamente astratto e non ne consegue affatto che chi sceglie non possa di nuovo scegliere il male. La scelta ha nuovamente un’importanza fondamentale.
La distinzione tra estetica ed etica per l’uomo è che:
a) l’estetica è quello per cui l’uomo è quello che è, l’uomo diviene solo ciò che è spontaneamente;
b) l’etica è quello per cui l’uomo diventa quello che diventa; chi considera la personalità eticamente, pone subito una differenza assoluta tra il bene e il male, e se trova in sé più male che bene, il male deve essere soffocato e il bene deve avere il sopravvento. Pertanto quando l’individuo evolve eticamente, diviene ciò che diviene.
Nella vita estetica gli uomini disperano, anche se non ne sono coscienti, poiché non vi è continuità nella loro vita. Le attività vengono odiate e vengono svolte senza alcuno scopo. L’uomo se ne sta tranquillo nella sua disperazione e sembra che la sua vita abbia perso la propria realtà, nulla gli fa impressione.
Una volta presa coscienza che la vita estetica è disperazione non resta altro da fare che disperare. Ma la disperazione non è una consolazione o uno stato in cui si debba rimanere, ma è la missione per la quale occorre tutta la forza, la serietà e la coerenza dell’anima. Chi non assapora l’amarezza della disperazione, non comprende il significato della vita.
Scegliere la disperazione significa scegliere se stessi e la libertà
Si deve scegliere la disperazione poiché la disperazione stessa è una scelta; e mentre si dispera si sceglie se stessi, non nella propria immediatezza, non come questo individuo casuale, ma nel proprio eterno valore. Così mentre l’uomo si dispera, dispera anche di se stesso; ma si dispera dell’io finito, mentre sceglie l’io assoluto. Scegliere se stessi significa scegliere la cosa più astratta di tutte, che nello stesso tempo è la più concreta, è la libertà.
Scegliere eticamente significa scegliersi come individuo determinato
Chi sceglie se stesso eticamente si sceglie concretamente, come individuo determinato, con queste doti, queste tendenza, queste passioni, questi ardori, influenzato da questo determinato ambiente, come questo determinato prodotto di un mondo circostante determinato. Ma mentre diventa cosciente di sé, egli assume tutto sotto la sua responsabilità. La sua scelta come prodotto è la scelta della libertà, così che mentre sceglie se stesso come prodotto, produce se stesso.
Chi vive eticamente sceglie se stesso come proprio compito
Chi vive esteticamente vede continuamente possibilità che rappresentano il contenuto del futuro; mentre chi vive eticamente vede unicamente compiti. Chi ha scelto e trovato se stesso eticamente, ha se stesso come compito, che consiste nel raggiungere nell’anima un equilibrio, un’armonia che è frutto delle virtù personali. Lo scopo della sua attività è quindi lui stesso, ma non secondo il suo arbitrio, bensì come un compito che gli è stato posto, anche se è diventato suo poiché l’ha scelto.
Il posto dell’individuo nel mondo
Chi vive eticamente, nella libertà sceglie il suo posto nel mondo, cioè questo stesso posto che egli ha. Questo dà all’individuo etico una sicurezza assente allo stato estetico, dove si attende tutto da fuori. Mentre l’individuo etico trae gioia dall’aver trovato il proprio posto nel mondo, quello estetico parla con terrore malsano dell’orrore di non averlo trovato.
Il pentimento di fronte a Dio
L’io scelto dall’individuo etico ha una storia nella quale egli riconosce la sua identità con se stesso. Questa storia presenta diversi aspetti e contiene qualche cosa di doloroso. Eppure egli è ciò che è solo attraverso questa storia, perciò ci vuole coraggio a scegliere se stessi. Ciò desta preoccupazione, ma quando l’ardore della libertà si risveglia in lui, egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso, che è la propria suprema salvezza. L’espressione di questa lotta è il pentimento, con il quale l’individuo ritorna in se stesso, nella famiglia, nella stirpe, finché trova se stesso in Dio. L’individuo si pente anche del peccato del padre, perché soltanto così può scegliere se stesso, scegliersi in modo assoluto. Se non ci si sa pentire del passato, la libertà è irraggiungibile.
L’individuo è determinato anche in base alle influenze ricevute dalla società, eppure non si pente per amor proprio, ma solo perché così può scegliere se stesso. Il bene più alto egli solo lo può fare a se stesso.
Grandezza della vita etica
Quando l’anima si trova sola in mezzo al mondo, di fronte ad essa appare l’eterna potenza stessa e l’io sceglie se stesso, o piuttosto riceve se stesso. L’anima ha visto l’altezza suprema, ciò che nessun occhio mortale può vedere e ciò che non sarà mai dimenticato. L’uomo non diventa diverso da quello che era prima, diventa solo se stesso raccogliendo la sua coscienza. La più ricca personalità non è nulla prima di aver scelto se stessa e anche la più misera personalità è tutto quando ha scelto se stessa. La grandezza, infatti, non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere se stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole.
Non c’è continuità tra la vita etica e quella religiosa. Tra esse c’è un’opposizione più radicale che tra l’estetica e l’etica.
Kierkegaard chiarisce questa opposizione in Timore e tremore, raffigurando la vita religiosa nella persona di Abramo.
Vissuto fino a 70 anni nel rispetto della legge morale, Abramo riceve da Dio l’ordine di uccidere il figlio Isacco e di infrangere così la legge per la quale è vissuto. Il significato della figura di Abramo sta nel fatto che il sacrificio del figlio non gli è suggerito da una qualsiasi esigenza morale ma da un comando divino che è in contrasto con la legge morale e con l’affetto naturale. L’affermazione del principio religioso sospende l’azione del principio morale. Tra i due principi non c’è possibilità di conciliazione, e la scelta non può essere facilitata o decisa in base a nessuna regola.
L’uomo che ha fede opterà (come Abramo) per il principio religioso, seguirà l’ordine divino anche a costo di andare contro alla morale.
Ma la fede non è un principio generale: è un rapporto privato tra l’uomo e Dio, un rapporto assoluto con l’Assoluto. Questo è il dominio della solitudine, in quanto nella fede non si entra !in compagnia”. Da qui deriva il carattere incerto e rischioso della vita religiosa.
Kierkegaard sostiene che la vita etica non è realizzabile se non si è affrontata anche una vita religiosa, che consiste nell’avere fede in Dio e nella propria salvezza. “Avere fede” significa obbedire ciecamente a Dio indipendentemente da quale sia la sua volontà.
Per lui la vita etica è un “sottoinsieme” della vita religiosa, e ne deriva quindi che l’uomo non vive eticamente se non ha fede in Dio.
Nel momento in cui scegliamo la vita etica, diventiamo portatori delle colpe di tutta la comunità presente e passata; ma se fosse veramente così la scelta del bene sarebbe impossibile, poiché la vita dell’uomo sarebbe senza un fine umanamente raggiungibile, e in questo caso nessuno potrebbe essere considerato “buono”. Così, la vita etica sarebbe insensata.
Però secondo Kierkegaard non è così, infatti basta pentirsi e ottenere il perdono di Dio. Perché l’uomo diventi veramente buono è necessario l’intervento di qualcuno che lo salvi e lo perdoni di tutti i peccati compiuti nella propria vita.
La vita etica non coincide con la vita religiosa. Infatti se Dio volesse una cosa, per quanto malvagia possa essere, l’uomo religioso la deve compiere senza considerare l’aspetto etico. In questo caso la scelta compiuta dall’uomo non sarebbe etica.
Secondo Kierkegaard quando si sceglie l’etica, la vita ha senso solo se si accettano le cose assurde, e facciamo “il salto nella fede”, rinunciando pienamente alla ragione umana. In questi discorsi troviamo delle contraddizioni:
1.L’uomo sceglie la vita etica per dare un senso alla propria vita, ma per fare questo devo scegliere di essere scelto da Dio. Questa è una contraddizione in quanto la propria vita la deve scegliere lui e non Dio;
2.L’uomo sceglie il bene, ma per farlo deve avere fede in Dio, e per averla deve essere pronto a fare anche cose che non riguardano il bene, ma il male. Quindi l’uomo sceglie il bene, ma deve essere pronto anche a scegliere il male.
Per lui la vita ha senso solo se si accettano le contraddizioni. L’aut-aut di Kierkegaard consiste quindi:
Nella scelta di una vita razionale che non ha senso (estetica)
Nella scelta di una vita piena di senso basata su principi irrazionali (religiosa)