Strati sociali inferiori dell'impero romano

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Descrizione

Mentre, nel tardo Impero, gli honestiores si frantumarono in numerosi strati con posizione sociale differente, i vari strati degli humiliores assunsero una forma omogenea. Il loro livellamento si manifestò tanto nella povertà, in città e in campagna, quanto nella non libertà della masse urbane e rurali, che si basava su vincoli economici, sociali e politici omogenei. La nuova situazione contemplava soltanto lavoro forzato all’interno degli ordini ereditari, tra la popolazione rurale, tra i coloni, tra gli artigiani, tra le corporazioni e tra i componenti dei consigli cittadini.

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Testo completo

Mentre, nel tardo Impero, gli honestiores si frantumarono in numerosi strati con posizione sociale differente, i vari strati degli humiliores assunsero una forma omogenea. Il loro livellamento si manifestò tanto nella povertà, in città e in campagna, quanto nella non libertà della masse urbane e rurali, che si basava su vincoli economici, sociali e politici omogenei. La nuova situazione contemplava soltanto lavoro forzato all’interno degli ordini ereditari, tra la popolazione rurale, tra i coloni, tra gli artigiani, tra le corporazioni e tra i componenti dei consigli cittadini. Nel tardo Impero, la schiavitù non sparì. Vi erano altre fonti di rifornimento oltre alla naturale riproduzione delle famiglie di schiavi. L’esposizione dei bambini è testimoniata come fonte di approvvigionamento della schiavitù e spesso persone indebitate vendevano i propri figli come schiavi; si potevano acquistare schiavi anche dai barbari, talvolta furono asserviti anche prigionieri di guerra. Una distinzione tra libertà e non libertà non era più di grande importanza. Il livellamento si manifestò anche nello sviluppo del diritto. Nel IV secolo, la posizione giuridica degli schiavi fu migliorata da diverse leggi, e gli schiavi furono equiparati ai liberi sotto molti punti di vista. Gli schiavi cristiani furono protetti contro i padroni ebrei; la castrazione degli schiavi fu punita; la punizione corporale degli schiavi fu permessa solo come mezzo disciplinare estremo. La legge di Costantino, del 325 d.C., proibì la divisione dei componenti di una famiglia di schiavi attraverso la vendita a proprietari diversi. Le masse della popolazione “libera”, a causa della proibizione della libera scelta di domicilio e di attività ed a causa dell’obbligo a prestazioni lavorative ed a pagamenti fiscali, furono abbassate al livello di schiavi. A causa del vincolo alla terra (adscriptio glebae), alla fine del IV secolo, i coloni venivano considerati come “servi della gleba”. I loro obblighi di consegne nei confronti dei grandi proprietari terrieri rappresentavano un fortissimo vincolo personale. Ai coloni erano negati i diritti patrimoniali come agli schiavi, che potevano possedere un peculium solo per benevolenza del padrone: i coloni avevano solo il diritto d’acquisto e non quello di vendita, e ciò che acquistavano apparteneva al proprietario del terreno. Tra servi ed adscripticii (coloni legati alla terra) non c’era nessuna differenza: ambedue erano sottomessi alla potestas di un padrone e, mentre lo schiavo con patrimonio proprio poteva essere manomesso, il colono poteva essere venduto insieme alla terra che lavorava. Le condizioni di vita degli schiavi e dei “liberi” erano poco diverse; a ciò si aggiungeva il disprezzo dei potenti: gli editti imperiali usano il termine faex (“feccia”) tanto per il popolo più basso quanto per gli schiavi.
All’interno del vasto strato degli humiliores vi erano differenze sociali non solo tra popolazione urbana e popolazione rurale, ma anche tra singoli gruppi urbani o rurali, differenze condizionate dall’attività, dai rapporti di proprietà e dalle forme dei vincoli sociali nei confronti degli honestiores. Tra la plebs urbana e quella rurale non vi era differenza solo dal punto di vista del domicilio e dell’attività, ma anche da quello della posizione sociale. La rusticana plebs viene definita come quel gruppo della popolazione che vive al di fuori dei centri cintati di mura, che corrisponde le tasse in prodotti agrari (annona) e che è obbligata al pagamento del testatico (captatio). Diocleziano concesse alla plebs urbana l’esenzione dal testatico; gli obblighi di questo strato consistevano in imposte straordinarie come la collatio lustralis, in una tassa sul patrimonio e in prestazioni lavorative. Tuttavia, anche gli oneri della popolazione urbana erano gravosi, ed il controllo diretto dello Stato era pesante. La plebs urbana comprendeva commercianti, artigiani, il personale inferiore dell’amministrazione della comunità, il personale domestico dello strato superiore urbano ed i lavoratori occasionali poveri. Essa era composta non solo dai nominalmente “liberi”, ma anche da schiavi e liberti. Molti artigiani urbani lavoravano in piccoli esercizi di loro proprietà, ma non mancavano grandi attività private con schiavi o liberi come operai. Le “grandi aziende” erano le manifatture di Stato (fabricae), che nell’Impero tardo-romano furono create con lo scopo di diminuire le difficoltà nel rifornire lo Stato dei prodotti artigianali. La plebe si articolava in diversi strati; tuttavia, erano chiari i fattori che producevano un livellamento degli strati sociali inferiori delle città. I commercianti e gli artigiani lavoravano sotto stretto controllo statale, che promuoveva l’associazione di artigiani e commercianti in corporazioni. I lavoratori delle fabricae cittadine formarono gruppi chiusi, organizzati collegialmente ed amministrati con molta severità. Commercianti ed artigiani non potevano scegliere liberamente la propria attività e l’ereditarietà del mestiere era obbligatoria. Anche la condizione economica della plebs urbana era sfavorevole. Alla miseria corrispondeva il prestigio sociale basso degli strati inferiori urbani. La plebs rustica comprendeva numerosi gruppi della popolazione. La grande massa della popolazione rurale era formata di lavoratori agricoli; ma vi erano anche artigiani e minatori. Nelle grandi proprietà, la massa della forza-lavoro era costituita dai coloni legati alla terra; nei latifondi, tuttavia, vi erano anche gli inquilini, lavoratori agricoli che risiedevano nelle proprietà; non mancavano neanche salariati, che concludevano un contractum con il proprietario e ricevevano una paga pattuita (merces placita). Tra questi, un gruppo speciale era rappresentato dai lavoratori stagionali, come i lavoratori itineranti (circumcelliones). Anche lo strato dei contadini indipendenti con una piccola proprietà non era scomparso. Uno strato particolare della popolazione era formato dai prigionieri barbari, che venivano divisi tra i singoli proprietari terrieri e, privi della posizione giuridica degli schiavi, dovevano compiere lavoro di produzione (tributarii). Nelle grandi proprietà terriere si trovavano anche schiavi. La diversità nella composizione degli strati rurali fu rafforzata anche da differenze regionali. I coloni rappresentarono, nella struttura agraria tardo-romana, lo strato più tipico e più omogeneo della popolazione rurale. I coloni avevano il diritto di possedere terra propria e di contrarre matrimonio legale ed anche quello di entrare nell’esercito; tuttavia, essi vivevano, de facto, in una situazione di dipendenza. Questo sistema di dipendenza fu continuamente elaborato con nuove leggi. L’ereditarietà coatta del mestiere esercitato valeva per i componenti di una famiglia di coloni (colonus originarius) come per i commercianti e gli artigiani delle città.