I rapporti di Svevo con la psicanalisi sono, come abbiamo già accennato, abbastanza contraddittori: da un lato egli riteneva questa scienza un utile mezzo di conoscenza, dall’altro la escludeva totalmente come terapia medica (lo stesso Zeno nel suo capolavoro rifiuta di farsi “guarire” restituendo il famoso manoscritto al dottor S.). Ciò nonostante le costanti letture di Freud hanno sicuramente avuto un’influenza poetica e culturale sull’autore. È vero che nelle lettere a Jahier e in molte altre occasioni Svevo tende a sconfessare la psicanalisi, a distaccarsi da essa per ribadire l’autonomia letteraria dei suoi romanzi, ma è anche vero che la psicanalisi non lo “abbandonò più”, come scrive nel Soggiorno londinese. Se da un lato Svevo ridimensionava gli ottimismi della psicoterapia, dall’altro non faceva che rafforzare l’ipotesi che la psicanalisi poteva offrire alla narrativa un valido presupposto ideologico per scardinare le basi del determinismo letterario del romanzo naturalista e verista. La realtà del profondo, se non poteva essere del tutto chiarita e risolta a livello terapeutico, poteva invece risultare determinante nell’elaborazione di una poetica moderna. La psicanalisi diventa perciò elemento portante del fatto letterario e della narrazione: Zeno ne è l’esempio più evidente, anche se oggi una parte della critica (Orlando, Lavagetto, Saccone) ha fortemente ridimensionato una certa interpretazione della Coscienza come autentico romanzo psicanalitico. Del resto lo stesso Svevo aveva scritto a questo proposito di avere giocato con questa scienza senza troppo andare per il sottile rispettandone i fondamenti scientifici: nel Soggiorno londinese, ricordato sopra, Svevo tendeva a ridurre sulla sua opera l’influenza della psicanalisi. Scrisse infatti che “noi romanzieri usiamo baloccarci con grandi filosofie e non siamo certo atti a chiarirle: le falsifichiamo ma le umanizziamo”: confermando in realtà un uso del tutto sui generis della psicanalisi, Svevo la piegava ai suoi interessi e alla strategia di uno scardinamento della narrativa realista ottocentesca. La psicanalisi diviene pertanto un’architettura filosofica, un metodo di lavoro e di auto-esplorazione, un impianto strutturale del romanzo, il presupposto necessario per creare un’atmosfera di rottura della trama oggettiva e per incrinare le certezze morali, economiche e sociali del personaggio-uomo del romanzo ottocentesco.
Ciò che interessava a Svevo all’altezza della Coscienza di Zeno era soprattutto l’indagine aperta nei meandri nascosti dell’inconscio, la decifrazione degli “atti mancati” (il più importante di tutti è quello che riguarda l’ultima sigaretta), gli scacchi mentali del personaggio: la psicanalisi rappresentava in questo senso una novità ideologica da utilizzare letterariamente, una riprova scientifica, un punto d’appoggio.