Descrizione:Si pensa che la storia abbia avuto inizio a Marsiglia, dove Encolpio, il personaggio narrante, in seguito ad una pestilenza, viene scelto come capro espiatorio dalla cittadinanza. Inizia a vagabondare toccando diversa città dell’Italia meridionale, con destinazione ultima, forse, l’Egitto, culla di ogni sapere e di ogni rinascita spirituale.
Tipologia:Superiori
Testo completo:Si pensa che la storia abbia avuto inizio a Marsiglia, dove Encolpio, il personaggio narrante, in seguito ad una pestilenza, viene scelto come capro espiatorio dalla cittadinanza. Inizia a vagabondare toccando diversa città dell’Italia meridionale, con destinazione ultima, forse, l’Egitto, culla di ogni sapere e di ogni rinascita spirituale. Encolpio è incorso nell’ira di Priapo, come Ulisse in quella di Poseidone e i troiani in quella di Giunone, forse a causa del fatto che egli assomigliava molto, nell’aspetto esteriore, alla divinità, ma niente affatto nel carattere: Priapo è protettore delle greggi e dei giardini, dio della fertilità e nemico dei ladri, Encolpio è abbastanza colto ma costretto a rubare. Priapo si vendica nella sfera sessuale, dove contrappone ad Encolpio figure femminili possessive che lo sottopongono a rituali erotici, disturbando i suoi amori con la presenza del terzo incomodo, e, infine, rendendolo impotente e facendolo cadere nelle mani di megere che lo seviziano con la scusa di restituirgli l’antico vigore.
Quando inizia il testo sono già avvenute parecchie vicende: Encolpio è sfuggito alla giustizia, ha ucciso un uomo e ha rubato delle monete d’oro. In prigione ha conosciuto Gitone, bellissimo ragazzo di cui si è innamorato e col quale è fuggito, ma si è trovato ben presto implicato in rapporti triangolari e quadrangolari, prima con la cortigiana Trifena, poi con il ricco mercante e marinaio Lica e sua moglie Edile. Si è poi unito alla coppia Ascilto, un giovane spregiudicato, al quale Encolpio nasconde il suo legame con Gitone. In una città greca della Campania, forse Pozzuoli, i tre profanano un tempio di Priapo, smarrendo una tunica nella quale erano state cucite delle monete d’oro e a questo punto inizia il testo superstite. Encolpio discute con Agamennone, un professore di retorica, sulle cause della corruzione dell’eloquenza: Encolpio dà la colpa ai maestri che rincitrulliscono i ragazzi facendoli declamare su argomenti irreali, il maestro scarica la colpa sui genitori, che per ambizione di vedere presto i propri figli in carriera vogliono programmi di studio abbreviati e facili. Nel frattempo Ascilto scappa per raggiungere Gitone nella locanda. Encolpio lo segue ma entrambi si perdono ritrovandosi in un lupanare, cioè una casa di prostituzione. Raggiunta finalmente la locanda vi è una lite per contendersi Gitone che si conclude con una rappacificazione. Encolpio e Ascilto si recano al mercato per vendere il mantello che avevano rubato; qui incontrano un contadino con la tunica che avevano smarrito, che si dichiara proprietario del mantello: vi è uno scambio della refurtiva che evita un’azione giudiziaria. Tornati all’albergo sono raggiunti da Quartilla, sacerdotessa di Priapo, che li accusa di averle provocato un attacco di febbre terzana, profanando la cerimonia in onore del dio: per espiare il gesto sono sottoposti a torture erotiche in albergo e a casa di Quartilla. Il terzo giorno accettano un invito a cena procuratogli da Agamennone: ha inizio l’episodio della cena di Trimalchione, il più lungo e integro del romanzo.
Trimalchione è un liberto di origini asiatiche che è riuscito ad accumulare un’immensa fortuna. Dopo una sua prima apparizione alle terme, vi è il suo ingresso nella sala da pranzo, preparato dalla descrizione della casa e dei suoi accessori. Nella casa tutto deve filare a tempo, tranne il proprietario che si presenta in ritardo, impegnato in una partita di un gioco. Ogni evento, accompagnato da musica e canto, può diventare il pretesto per una serie di battute. Lo sfarzo raggiunge i limiti dell’immaginabile: cibi che raffigurano i segni dello zodiaco, un cinghiale arrostito dal cui ventre esce uno stormo di tordi, un maiale cotto che ha per viscere salsicce. Lo stupore di Encolpio, ingenuo e impreparato, continua a crescere. Perfino l’etichetta di un vino centenario può diventare pretesto per considerazioni sulla brevità della vita: Trimalchione si fa portare uno scheletro umano d’argento col quale gioca facendo qualche riflessione sulla pochezza dell’uomo. Successivamente, quando Trimalchione si assenta, Encolpio e Ascilto si abbandonano alla conversazione con alcuni convitati riguardo alla politica, alla vita e alla morte. Gli interventi dei convitati si intonano al basso o bassissimo grado sociale di questi liberti arricchiti, vincolati nei loro giudizi solo al parametro della ricchezza. La cena riprende con colpi di scena gastronomici come una portata con al centro un Priapo carico di frutti e focacce, che diffondono un profumo esotico. A questo punto Nicerote e poi Trimalchione narrano favole di magia: un caso di licantropia e una storia di streghe. La cena si avvia alla conclusione e Trimalchione è dominato dal solo pensiero della morte: legge il proprio testamento e discute con il marmista Abinna il progetto della sua faraonica tomba. Dopo un bagno ristoratore e un primo tentativo di fuga di Encolpio, Ascilto e Gitone il banchetto riprende. Trimalchione e la moglie Fortunata litigano a causa dell’eccessivo interessamento del primo verso uno schiavetto. Trimalchione rievoca la sua brillante carriera, ma consapevole che ogni vita termina con la morte, mima la sua distendendosi in abiti funebri, accompagnato da suonatori di corno. Il suono dei corni viola il silenzio della notte e i pompieri, allarmati, piombano in casa: Encolpio e Ascilto fuggono e raggiungono la locanda.
A questo punto la narrazione torna ad essere frammentaria. Abbandonato da Gitone che segue Ascilto, Encolpio si trasferisce in una locanda in riva al mare. In una pinacoteca conosce un vecchio poeta, Eumolpo, col quale scambia severe e pessimistiche considerazioni sull’arte contemporanea e sul fatto che la brama di denaro ostacola lo studio. Vedendo Encolpio assorto nella contemplazione di un quadro raffigurante la caduta di Troia, Eumolpo gli illustra il soggetto con una lunga poesia, ricca di echi Virgiliani, che i presenti non gradiscono e i due sono costretti a fuggire sotto una pioggia di sassi. Gitone torna alla locanda, vi è un’accanita zuffa, durante la quale arriva Ascilto, che non trovando Gitone se ne va, uscendo definitivamente dalla storia: il suo posto di terzo incomodo è preso da Eumolpo. I tre si imbarcano, ma si accorgono troppo tardi di essere capitati sulla nave di Lica, il quale medita vendetta su Encolpio. Lica inoltre ospita sulla nave Trifena, che rivuole Gitone. Encolpio e Eumolpo si travestono da schiavi fuggitivi, rasati e col marchio della colpa sulla fronte, ma vengono scoperti: ha inizio una lite che culmina con la pace. Eumolpo inizia a raccontare la novella della matrona di Efeso: una vedova era tanto addolorata da voler morire di fame nel sepolcro del marito; un soldato che lì vicino faceva la guardia ad alcuni corpi crocifissi, cerca di consolarla e ci riesce così bene che ella per più volte gli si concede, e quando uno dei corpi viene trafugato, per evitare al soldato la sicura condanna, mette sulla croce il corpo del marito. Ma una tempesta si abbatte sulla nave: Lica muore, Trifena scompare su una scialuppa, Encolpio e Gitone portano via Eumolpo dalla sua cabina dove era intento a comporre versi e si mettono in salvo sulla spiaggia di Bruzio. Cremato il cadavere di Lica, salendo su un monte, i tre si accorgono di essere a Crotone, un tempo città colta e fiorente, ora divenuta un mortorio, dove l’unica occupazione è quella di irretire vecchi senza figli per impadronirsi dell’eredità. Eumolpo, intravedendo la possibilità di far soldi, decide di fingersi un ricco africano malato che ha perso i suoi bagagli in un naufragio. Si avviano verso la città ed Eumolpo impartisce lezioni sulla poesia epica, che vorrebbe fatta di mito e fantasia, come in Virgilio, e non di realtà storica, come in Lucano, e recita un poema epico sulla guerra civile fra Cesare e Pompeo. A Crotone Encolpio è irretito da una bella matrona che ama prendere l'iniziativa in tutto. Nel ruolo di schiavo del ricco africano Encolpio ha preso il nome di Polieno: nome col quale nell’Odissea le sirene invocano e tentano di sedurre Ulisse, mentre la matrona si chiama Circe. Quest’ultima manda in avanscoperta l’ancella Criside, e poi si getta tra le braccia di Polieno, che la farebbe sua se Priapo non gli togliesse la virilità. Encolpio cerca di rifarsi con Gitone ma fallisce nuovamente. Encolpio sembra aver recuperato la sua virtù grazie alla magia di una vecchia megera, Proseleno, ma alla riprova con Circe fallisce. Picchiato dai servi della matrona, Encolpio si rifugia nella sua stanza e impreca contro quella parte del suo corpo che lo ha tradito, come Ulisse litiga col proprio cuore e Edipo maledice i propri occhi. Si sottopone ai riti di un’altra strega, Enotea, ma nel frattempo assalito da tre oche, ne uccide una che viene poi a sapere essere sacra a Priapo. I riti riprendono e le torture ricordano quelle di Quartilla. Riesce a fuggire ma deve fronteggiare le avance di Criside. Infine Encolpio recupera la sua virilità appellandosi ad un dio più potente di Priapo, Mercurio, protettore dei ladri. Eumolpo si ammala gravemente e fa testamento, stabilendo che gli eredi, per godere delle sue ricchezze, dovranno cibarsi delle sue carni, e qui, per noi, la storia si arresta. Non sappiamo se Eumolpo sia malato, morto, o faccia finta di esserlo, sta di fatto che i pretendenti sono pronti a farsi cannibali.