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Una lettura multidimensionale della religione egiziana

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  • Descrizione: Un esempio emblematico delle modalità operative dei processi di formazione e di trasmissione di culti e credenze, è la formazione del mito di Horo e Seth, che può ritenersi il mito stesso di fondazione dello Stato egiziano. I suoi elementi costitutivi sono già nei Testi delle Piramidi, la raccolta di formule rituali, scongiuri magici ed enunciati teologici, incisa nelle camere sepolcrali delle piramidi a partire dalla fine della V dinastia.
  • Tipologia: Università
  • Testo completo: Un esempio emblematico delle modalità operative dei processi di formazione e di trasmissione di culti e credenze, è la formazione del mito di Horo e Seth, che può ritenersi il mito stesso di fondazione dello Stato egiziano.
    I suoi elementi costitutivi sono già nei Testi delle Piramidi, la raccolta di formule rituali, scongiuri magici ed enunciati teologici, incisa nelle camere sepolcrali delle piramidi a partire dalla fine della V dinastia. La loro forma in quei testi, tuttavia, è solo allusiva, dal momento che la funzione rituale e funeraria di quelle formule ne precludeva una narrazione estesa.
    Ci sono pervenuti resoconti più articolati del mito, quale quello fatto incidere su una stele dal re Shabaka, della XXV dinastia. A quanto afferma lo stesso re, la versione riportata sulla pietra era la copia di un originale molto più antico. La stele, collocata nel tempio di Ptah a Menfi, narrava la cosmologia locale, nota come “Teologia menfita”, che faceva del dio Ptah il creatore dell’universo. Essa era preceduta da una spiegazione mitologica del ruolo del tempio di Ptah come “Bilancia delle Due Terre”, che faceva riferimento al mito della lotta tra Horo e Seth: era Menfi, infatti, il luogo dove era avvenuta la riconciliazione dei due dei che si contendevano il possesso dell’Egitto.
    Il mito si apre con l’intervento di Geb, che separa i due contendenti ed assume l’arbitraggio della disputa: in un primo momento, Geb instaura Seth sul trono dell’Alto Egitto e Horo su quello del Basso Egitto. Seth, infatti, deve recarsi sul luogo in cui è nato, l’Alto Egitto, mentre a Horo spetta il luogo dove è annegato suo padre Osiride, il Delta. La narrazione prosegue descrivendo l’amarezza di Geb nel dover dividere l’eredità di Osiride, l’Egitto, che egli vorrebbe attribuire interamente a Horo, figlio primogenito di Osiride e suo nipote.
    L’intimo desiderio di Geb ha quindi il sopravvento, ed egli assegna a Horo l’intero Egitto. Horo appare dunque come re delle Due Terre, mentre Seth si riappacifica con Horo nel tempio di Ptah a Menfi, punto di congiungimento dei due regni uniti.
    Una ricca simbologia dualistica fa da contorno al racconto: l’iconografia dell’Unione delle Due Terre, in cui Horo e Seth annodano le due piante emblema dell’Alto e del Basso Egitto intorno al geroglifico “unire”; le Due Corone, la bianca e la rossa; le Due Signore, Nekhbet, la dea avvoltoio di el-Qab, e Uadjet, la dea cobra di Buto nel Delta; i due santuari arcaici connessi al Nord ed al Sud. Sul piano rituale, la duplice realtà di un Egitto unificato a partire da due regni, coincidenti con la Valle del Nilo e con il Delta, svolgeva un ruolo significativo, esemplificato dalla scenografia della festa Sed, il giubileo regale che rinnovava il potere del re e ne riaffermava il diritto divino al possesso della terra d’Egitto.
    In questo mito, l’egittologo Kurt Sethe lesse il riflesso di una realtà storica dell’epoca predinastica: egli formulò una teoria della formazione dello Stato egiziano che vedeva nel progressivo aggregarsi delle città in province e federazioni il processo costitutivo di due grandi regni, quello del Sud, con capitale ad Ombos e quello del Nord, con capitale a Damanhur nel Delta occidentale. Il Sud sarebbe stato sotto la tutela del dio Seth, il Nord sotto il dio falco Horo. Alla fine del V millennio, gli “Horiani” del Nord avrebbero sconfitto il Sud, unificando l’Egitto e ponendo la capitale a Heliopolis, il cui dio Atum-Ra sarebbe divenuto la divinità nazionale e dinastica. Questo regno unito eliopolitano si sarebbe mantenuto fino alla rivolta del Sud, alla fine del IV millennio, con l’invasione del Basso Egitto e la creazione della seconda monarchia unita, quella storica, intorno al 3000 a.C., avente Menfi per capitale e Menes come primo re.
    Sethe aveva ricostruito, con la sua ipotesi, la versione che della propria storia davano gli Egiziani, nel tardo Antico Regno. La lettura incrociata dei nuovi dati forniti dall’archeologia pre- e protodinastica, insieme a quelli della documentazione testuale ed iconografica, permette di discernere e separare alcuni degli strati che formarono il mito e di collocarli nel contesto appropriato.
    Se l’origine di Seth a Naqada è un dato storico, problemi crea quella di Horo: questi, legato al Delta più dalla morte di suo padre Osiride che da un’origine effettiva del culto, fu venerato in tempi antichi a Nekhen, in Alto Egitto, che i Greci chiamarono Hierakonpolis, la “Città del Falco”. Nei Testi delle Piramidi è questo il solo luogo di culto ricordato per il dio, che aveva già aspetto di falco, come mostra la sua rappresentazione sulla tavolozza di Narmer, uno dei re predinastici della dinastia 0, conservata dai sacerdoti in una cripta del tempio della città.
    Il nome, “Colui che è in alto”, e l’aspetto potrebbero indicarne la natura celeste: un pettine della I dinastia lo rappresenta su una barca, sorretta da un paio di ali spiegate.
    La tradizione iconografica successiva rappresentò sempre su barche le divinità di cui si voleva mettere in rilievo la natura astrale: il sole, le divinità del suo equipaggio celeste, gli dei che rappresentavano i pianeti e le stelle. La barca era la metafora grafica che suggeriva l’idea del moto. È impossibile dire se le barche rinvenute ad Abido, seppellite accanto alla tomba di uno dei re protodinastici, dovessero servire alle navigazioni celesti del re come Horo, o fossero intese semplicemente come suppellettili essenziali alle funzioni del sovrano.
    Fin dalle origini, il dio Horo è associato alla regalità. Un numero significativo di documenti, databili tra la fine del IV e gli inizi del III millennio, accosta al sovrano il dio falco Horo: l’immagine del rapace sovrasta la rappresentazione stilizzata del palazzo reale che racchiude il nome del re, in una sintesi grafica dell’idea che il re è “Horo nel palazzo”, l’incarnazione contingente del dio; sulla tavolozza di Narmer, il falco Horo, che regge tra gli artigli un geroglifico con il nome del territorio conquistato, fa da contrappunto alla grande immagine centrale del re che impugna per i capelli il nemico in ginocchio.
    La duplice natura di Horo (dio celeste/re) ne fece la divinità principale della religione più antica. La sua natura concreta di dio in terra, visibile nella persona del re, rappresentava un potente elemento d’attrazione. Questa duplice natura si presta a fare della figura del re il perno attorno a cui si costruisce, nelle prime dinastie, la visione egiziana del mondo: il re è l’elemento d’unione fra cielo e terra, tra mondo divino e umano. I suoi atti e le sue parole possono agire su ambedue i livelli e garantirne l’unione.
    L’esistenza di un duplice regno a Sud e a Nord non è confermata, per ora, dall’archeologia. I ritrovamenti nel Delta sembrano delineare un quadro più poliedrico e frammentato, caratterizzato da diversi centri di potere, di cui uno di più significativi fu Buto, legata alla storia mitica dei re predinastici del Nord e al ciclo di Horo. L’unità del Delta, tuttavia, fu una conseguenza dell’espansione meridionale. Lo “slittamento” di Horo da Sud a Nord va letto nel quadro della rimodellazione effettuata dal potere centrale: esso fu funzionale alla creazione di un nuovo polo di riferimento a nord, contemporanea al ruolo intellettuale dominante che andava assumendo Heliopolis, e all’elaborazione, ad opera dei suoi sacerdoti, di quella geografia religiosa simbolica, strutturata sul dualismo, che costituì l’ossatura del sistema.
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