Le opere filosofiche
Cicerone era ormai a conoscenza della sua emarginazione nella vita politica, dovuto all'avvento di Cesare. Durante questo periodo di emarginazione egli finì la stesura del De Legibus e scrisse i Paradoxa Stoicum, sette tesi paradossali sostenute dagli stoici.
A queste vicende politiche si aggiunsero le disgrazie familiari come la morte della figlia Tullia, di conseguenza, Cicerone, per alleviare il suo stato d'animo, si dedicò allo studio della filosofia e scrisse una consolatio indirizzata a se stesso.
Egli, durante il periodo di otium forzato, scrisse quattordici opere filosofiche, delle quali ce ne sono pervenute parzialmente solo nove. Di queste, una tratta della conoscenza, altre tre di temi teologici e religiosi e le ultime trattarono questioni etiche e morali.
La forma che Cicerone prediligeva per scrivere le opere filosofiche era il dialogo, prendendo spunto da Platone (per la cornice) e Aristotele (per il monologo dimostrativo). Inoltre aveva la tendenza a mettere il nome del protagonista accanto al titolo dell'opera per darvi più autorevolezza.
Il dialogo gli permetteva, comunque, di poter confrontare vari temi, come fece, per esempio, nel De Natura Deourm, dove mise a confronto 3 tesi di teologia: stoica, epicurea e accademica.
Cicerone ebbe una formazione prevalentemente accademica, per questo motivo affermava che non possiamo stabilire delle verità certe e tutto quello che noi consideriamo vero, in realtà è ciò che appare verosimile o probabile - Questo Probabilismo di Cicerone si unì al Pragmatismo Romano: Egli non volle affermare delle verità, ma trovare soluzioni per compiere azioni che non debbano preoccuparsi di essere coerenti con le singole tesi. Tutto ciò porta ad un eclettismo delle fonti, ovvero vengono fatte confluire in un progetto etico-politico, con esclusione dell'epicureismo, poiché filosofia indirizzata verso l'individualismo e al disimpegno civile -.
Cicerone sapeva, però, di non essere un filosofo e, tantomeno, un semplice traduttore. Le sue finalità principali erano 3: Divulgare ed informare, indicare i modelli filosofici che potessero adattarsi alla mentalità romana, esaltando i valori della civitas e dei mores e, infine, contrastare tutte quelle filosofie della crisi e della rinuncia, che distoglievano i romani colti dagli impegni civili.
I modelli, per Cicerone, furono fondamentalmente due: Platone e Panezio.
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