Questi due componimenti riprendono entrambi il topos letterario di ascendenza classica della fuga dal mondo dei contatti sociali e della ricerca della solitudine in spazi a stretto contatto con la natura .
Mentre il Petrarca tenta di fuggire dall'amore di Laura, l' Alfieri si sente straniero alla sua età, che li causa perenne tristezza e insofferenza, e quindi crede che la solitudine sia l'unica soluzione per l'uomo libero costretto a vivere in tal "vil secol".
Per Petrarca questo tentativo è vano: non c'è luogo capace di nascondere l'anima dall'assalto dell'amore perché non c'è luogo in cui si possa sfuggire a se stessi, mentre l'Alfieri prova piacere ed un senso di pace solo in solitudine; questo è dovuto alla sua sensibilità ribelle e tormentata, alla sua insofferenza verso il dispotismi e verso i vincoli dell'esistenza terrena: infatti è la ribellione verso le forme di oppressione e condizionamento che lo porta in conflitto con la società e gli fa desiderare di "rinselvarsi".
Petrarca fugge dal mondo ed da ogni traccia di presenza umana perché vuole sottrarsi, per pudore e per vergogna, alla vista delle "genti", che possono leggere nella tristezza del suo comportamento le tracce del suo tormento interiore ("di fuor si legga com'io dentro avampi" v.8); la sua identità è messa in discussione dal potere alienante dell'amore e dalle lacerazioni nell'anima che esso produce, anche se per lui la natura, deserta e selvaggia, non solo non ha potere rasserenante, ma anche rispecchia e ingigantisce la solitudine dell' io.
Invece Alfieri , nell'ambiente e solitario e cupo della selva, prova una "dolce tristezza" che gli allieta il cuore: è proprio la somiglianza fra i suoi pensieri e l'ambiente naturale aspro e desertico (v, 14) che rasserenano l'animo, infatti il poeta riesce a placare i suoi sentimenti ribelli solo quando si trova nella più completa solitudine.
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