Oggi molte algerine si battono coraggiosamente contro le forze oscurantiste del loro paese, che le vorrebbero chiuse negli spa Assia Djebar L'amore, la guerra “velate il corpo della ragazza da sposare. Rendetela invisibile. Trasformatela in un essere piu cieco di un cieco, uccidete in lei ogni ricordo dell'esterno. Tutto inutile, se sa scrivere.” Oggi molte algerine si battono coraggiosamente contro le forze oscurantiste del loro paese, che le vorrebbero chiuse negli spazi privati, salvifiche guardiane della tradizione, prive di diritti e lontaneda pericolose contaminazioni con la modernità occidentale. Assia Djebar è una di queste “Non bisogna esagerare nel dipingermi come un'eroina (…) C'è un destino per ogniuno. Certo c'è una minaccia contro la libertà di pensiero, ma c'è anche il destino individuale. Io resisto, so che i miei lettori insorgerebbero se mi fosse fatto qualcosa, e mi sento protetta. I miei libri si vendono in molti paesi: questa è la mia sicurezza.”. Nata a Cherchell in Algeria il 4 agosto del 1936, Fatima Zohra Imalayéne ha studiato in Algeria e continuato i suoi studi a Parigi (è stata la prima algerina ammessa all'Ecole Normale Supérieure). Dopo aver partecipato al Movimento di liberazione dell'Algeria, ha insegnato in svariati paesi, e si è imposta come narratrice di lingua francese, raccontando i temi propri del mondo islamico: scelta questa che le è costata un perenne rapporto di amore/conflitto con il suo paese. In Italia si è affermata con Donne d'Algeri. Il suo primo libro, La Soif, 1957, scritto in francese, come tutta la sua opera, le ha guadagnato l'accusa di antipatriottismo dopo l'indipendenza dell'Algeria, è proprio con esso che nasce l'omonimo di Assia Djebar “Ero minorenne e temevo il giudizio di mio padre, (…) decisi di avvalermi del mio fidanzato di allora, che aveva un ottima cultura araba classica. (…)appellativi di dio.Quando pronunciò Djebar lo fermai. Mi piacque molto. (…) significa' l'intransigente'.Assia invece me lo scelsi da sola (…) Ha un significato molto bello:'colei che consola'”;al libro pubblicato dalla casa editrice Julliard seguono Les Impatients (1958), Les enfants du noveau monde (1962) e Les Alouettes Naìves del 1967 a cui seguiranno anni di silenzio “sentii che per una donna scrivere significa inevitabilmente scrivere su di sé. E mi tirai indietro…”. Ha diretto vari documentari e due film, La Nouba des femmes du Mont Chenoua (1979), premiato al Festival di Venezia del 1979, e La Zerda et les chants de l'oubli (1982). Torna a scrivere nel 1980, dopo essersi risposata e tornata a Parigi “me ne sono andata perché le strade erano troppo piene di uomini e io, per scrivere, ho bisogno della strada. Non posso scrivere se sono rinchiusa.”, “per me la libertà è libertà di movimento.”. Il nuovo esordio letterario si apre con: Les femmes d'Alger dans leur appartement, L'amour, la fantasi Continua »
Andrea Cortellessa legge e commenta... guarda il video »