Semplicemente così il professor Keith V. Smith definisce in un suo articolo l’asset allocation. Studi svolti nei primi anni ‘90 da Brinson e Beebower2 hanno dimostrato che la maggior parte della performance di portafoglio scaturisce dalle strategie manageriali di asset allocation: dall’osservazione di alcuni fondi pensione e fondi comuni hanno scoperto che la quasi totalità delle variazioni dei rendimenti era dovuta al metodo di scelta delle categorie d’investimento piuttosto che ad operazioni di “fine tuning” settoriali. Molteplici sono gli studi e gli approcci all’analisi proposti. La suddivisione del mercato dei titoli più semplice per l’asset allocation è in due categorie: le azioni (stocks) ovvero titoli di rischio che comprendono la partecipazione patrimoniale attiva ad una società, e le obbligazioni (bond) ovvero titoli a rendimento fisso generato dal capitale dato a prestito. Lo schema più diffuso tende ad incorporare anche la liquidità immediata (cash), ossia titoli considerati nella gestione del portafoglio come risk free (quali ad esempio nel caso italiano i BOT a 3 mesi), cosicché le società di gestione del risparmio tendono a fornire delle combinazioni ottimali d’investimento in percentuale su queste tre grandi categorie. Una tassonomia più accurata dell’asset allocation è ricostruibile partendo dalle analisi di Sharpe (1986); linee guida di questa struttura sono l’orizzonte temporale di riferimento, ossia il tempo che intercorre fra la decisione d’investimento iniziale e quella successiva e le diverse reazioni del gestore del portafoglio al modificarsi degli scenari di investimento. Continua »