In un'epoca in cui la finanza "governa" il mondo economico internazionale come quello locale, i capitali vanno dove già vi è ricchezza.
I poveri - miliardi di esclusi dallo sviluppo nel Sud del mondo, ma anche vecchi e nuovi indigenti ai margini delle società opulente dell'Occidente - sono invisibili nel mercato finanziario ufficiale : le banche attuano nei loro confronti un vero e proprio apartheid sociale.
L'economia mondiale è sempre stata caratterizzata da un forte contrasto tra ricchi e poveri, ma il divario continua a crescere.
Malnutriti, vulnerabili e senza istruzione, ai poveri del pianeta mancano l'appoggio e le risorse necessarie per riscattare sé stessi e le proprie famiglie da un'esistenza grama e senza prospettive.
Nei Paesi in via di sviluppo (vera "patria" degli indigenti) , come nelle Nazioni più ricche e industrializzate, le donne risultano essere i soggetti più penalizzati.
Qualcosa non va, dunque, se il 20% più ricco della popolazione mondiale riceve oltre l'80% del reddito globale e se il reddito medio dei 20 Paesi più ricchi è pari a 37 volte quello medio dei 20 più poveri (una distanza che negli ultimi 40 anni è più che raddoppiata).
Qualcosa non va se, paradossalmente, il 20% più povero della popolazione mondiale (più di un miliardo di persone) produce l'1% del risparmio globale e riceve appena lo 0,2% del credito: è come dire che, su 5 lire risparmiate dai poveri, 4 vengono "prestate" ai ricchi.
Si avverte pressante l'esigenza di un riequilibrio sociale e di un recupero dell'essere (inteso come entità soggettiva individuale) a scapito del puro e semplice interesse (inteso, invece, come vantaggio o tornaconto personale).
Nuovi percorsi tendono a delinearsi: percorsi economici che conducono alle c.d. Economie Alternative, e percorsi finanziari che prospettano un modo nuovo, etico e sociale, di "fare banca".
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