Introduzione.
L'azione militare del 1999 portata dall'Alleanza Atlantica contro la Serbia di Milosevic e le conseguenze che essa ha prodotto nel panorama geopolitico mondiale hanno generato parecchi interrogativi. L'intera vicenda è stata difesa con nobilissimi argomenti, ma con scarsa preveggenza politica, così come è dimostrato dalla soluzione per essa trovata.
Per la prima volta in cinquanta anni di vita, la NATO ha deciso di impegnarsi direttamente in un conflitto armato, ufficialmente a tutela dei diritti umani e, più specificatamente, in difesa del popolo kosovaro, vessato dalla campagna di "pulizia etnica" intrapresa dal regime serbo. L'inaspettata vitalità di un organismo politico-militare internazionale -non legittimato giuridicamente ad intraprendere alcuna azione militare diretta senza una previa e specifica autorizzazione delle Nazioni Unite- ha sorpreso un po' tutti, innescando di conseguenza tutta una serie di analisi dietrologiche, concentrate sulla ricerca delle vere presunte/possibili ragioni che hanno portato alla guerra, il più delle volte causa di una ancor maggiore confusione.
In primo luogo, destano curiosità le modalità decisionali - gestionali - operative con le quali è stata affrontata l'intera vicenda. In principio, l'obiettivo perseguito era quello di condurre il leader serbo, maggiore responsabile della crisi, ad accettare le condizioni negoziate al tavolo della diplomazia, a Rambouillet, ma è apparso subito indefinito il reale margine di trattativa che si era deciso di lasciargli. Durante le fasi più calde del conflitto, poi, è stata impietosamente palesata l'inadeguatezza della strategia adottata (i bombardamenti aerei), riflesso sia dei dissidi e delle incongruenze interne alla stessa Alleanza, sia dell'indeterminatezza dei rapporti gerarchici tra civili (politici) e militari: gli errori commessi non sarebbero altro che la logica conseguenza della continua ingerenza dei primi nei confronti dei secondi, almeno durante la prima fase delle ostilità.
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