Tra Cinquecento e Seicento si spezza quel sodalizio stretto in età rinascimentale tra intellettuali e signori ed esaltato dal Castiglione nel mito del Cortegiano. Sebbene l'impiego cortigiano continui ad essere ambito, la Corte non rappresenta più il luogo perfetto per l'incontro culturale, eccezion fatta per Roma, che ospita personalità di spicco dell'epoca.
Specie in Italia, il controllo della Chiesa sugli intellettuali è molto incisivo, e il secolo si apre emblematicamente con il rogo di Giordano Bruno, con la lunga prigionia di Tommaso Campanella, per proseguire con l'abiura di Galileo Galilei (1633) e la condanna a morte di Ferrante Pallavicino (1644).
La scena editoriale italiana è molto impoverita, si diffondono atteggiamenti di autocensura e si assiste ad una fuga degli intellettuali verso i paesi Riformati o la Francia, dove il controllo del Sant'Uffizio è meno pressante.
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