Il progresso rende l’uomo infelice: la natura si evolve con esso
La concezione Leopardiana di natura non è statica, ma si sviluppa e cambia con il passare degli anni e con una maggiore presa di coscienza da parte del poeta. Abbiamo infatti un primo periodo, definito del “pessimismo storico” nel quale la natura è vista come madre benigna che illude l’uomo, oscurandolo dalla consapevolezza della misera condizione che affligge la sua vita.
Breve biografia:
Nasce a Recanati il 29 giugno 1798, Leopardi inizia e forma la sua cultura letteraria grazie alla vasta biblioteca del padre, così già a 15 anni conosceva varie lingue (dalle classiche alle moderne) e letto libri di vari ambiti (storia, filosofia, astronomia..). Il desiderio del padre di Giacomo era quello di vederlo sacerdote (lo scrittore infatti crebbe con una rigida educazione religiosa) tuttavia non era l’aspirazione anche di Leopardi che cercò di scappare di casa ma invano (1819). Le sue condizioni di salute, dovuta anche allo studio continuo praticato, lo porteranno ad autodefinirsi un “sepolcro ambulante”. Nel 1822 si reca a Roma a ricercare un lavoro ma tornerà presto a Recanati, deluso per il fallimento del suo intento. Lavorerà poi a Milano e a Bologna, in ambito letterario, soggiorna a Firenze e Pisa (1827), per poi tornare nella sua città natale. Progredisce la sua carriera letteraria con la stesura di molte opere importanti come “L’infinito”, “A silvia” , “il Sabato del villaggio” ma regrediscono le sue condizioni di salute, che lo portano ad essere sempre più cagionevole. Nel 1833 si trasferisce con l’amico Antonio Ranieri. Muore a Napoli nel 1837. L’intera vita del poeta sarà caratterizzata da un profondo pessimismo e da una visione disincantata della vita e dell’uomo.
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