Descrizione de La sera del dì di festa di Leopardi

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Questo idillio, più volte considerato frammentario per la sua varietà, si suddivide in tante parti, nelle quali possiamo riconoscere la descrizione, la narrazione e l’espressione di concetti universali partendo dalle esperienze personali... (2 pagine formato doc)

Descrizione de La sera del dì di festa di Leopardi - Questo idillio, più volte considerato frammentario per la sua varietà, si suddivide in tante parti, nelle quali possiamo riconoscere la descrizione, la narrazione e l'espressione di concetti universali partendo dalle esperienze personali di Leopardi; Ma c'è un elemento che unifica il tutto: il canto dell'artigiano che il poeta sente allontanarsi per le vie del paese e che lo riporta alla sensazione di angoscia che sentiva da bambino.

Inoltre in questo componimento si evidenzia benissimo la “tecnica della doppia vista”.


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Molti sono gli elementi che ci rimandano al rapporto del poeta con la natura, articolato nelle fasi, qui espresse, di una natura madre e dunque buona, che poi diventa però matrigna cattiva. Nei primi quattro versi la natura e il paesaggio notturno sono i protagonisti, circondati da un'area semantica che riconduce alla pace e alla tranquillità; alcuni esempi sono le parole dolce, chiara, senza vento, queta, posa, serena. È un momento di grande pace e di idilliaco e autentico rapporto con la natura stessa, che infonde serenità Nel quarto verso Leopardi apostrofa la donna che ha in mente, rendendola partecipe (nei due versi seguenti) di questo silenzio e di questa pace notturna.

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Ma, al verso sette, si scopre che la donna non sta godendo di questo spettacolo naturale, infatti il poeta le dice “Tu dormi”, frase che ripeterà in anafora anche al verso undici. Mentre ancora l'area semantica della tranquillità s'insinua tra i versi (chete, non ti morde), nei versi nove e dieci l'autore rivela la piaga d'amore che la donna stessa gli ha provocato, cosa a cui lei sicuramente non dà pensiero: e già non sai né pensi quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Il verso undici, che inizia con l'anafora sopraccitata sottolinea il contrasto tra i due, sottolineato dall'uso dei pronomi Tu e Io. Mentre lui scruta la natura angosciato, lei dorme serena. Sempre da questo verso inizia un ribaltamento totale del conforto della natura: essa viene definita antica (come a mostrare la precarietà della vita umana rispetto al cosmo) e onnipossente (può infatti creare o distruggere a suo piacimento); inoltre Leopardi nel verso quattordici, riferendosi sempre alla natura, dice: “che mi fece all'affanno”, ossia, che mi generò per farmi soffrire. Evidenzia così chiaramente come senta ostile ciò che lo circonda: non è più madre ma matrigna. Nel verso quattordici c'è una prosopopea: è la natura stessa che parla, personificata dal poeta, e che, come una maledizione, afferma di aver negato lui anche la speme, la speranza, e che gli occhi del poeta non brilleranno d'altro se non di pianto. Un verso terribile, una frase lapidaria, che rende l'uomo disperato. Da notare il contrasto tra il verbo brillare, riferito di solito alla gioia, e il pianto a cui è associato in questo passo.

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