"La vita fugge, et non s'arresta una hora" di Petrarca

Appunto inviato da smiletotheworld
/5

Analisi stilistico-retorica e dei contenuti della lirica petrarchesca "La vita fugge et non s'arresta una hora" (1 pagine formato doc)

LA VITA FUGGE, ET NON S'ARRESTA UNA HORA

La tristezza cupa e disperata che appare da questo sonetto caratterizza uno dei non rari momenti della poesia petrarchesca, nei quali il senso di sgomento per la fugacità della vita e il presentimento della morte imminente affannano l'animo di Francesco.
Tuttavia accanto a questi sentimenti reali, anche questa lirica non trascura i riferimenti letterari, quali le metafore guerriere della prima quartina e i motivi della navigazione tempestosa come allegoria dell'esistenza e del porto riferito alla quiete eterna, non nuovi nel Canzoniere. La morte di Laura, cui il poeta allude nell'ultimo verso, e l'incapacità di trarre conforto dal sentimento religioso che non è accettato con fede sicura, esprimono l'inquietudine e la stanchezza tipici della storia spirituale di Petrarca.


Il sonetto, diviso in due quartine e due terzine secondo lo schema ritmico ABBA ABBA CDE CDE, assume carattere paradigmatico ed aforistico sin dai primi versi.
Il tema della caducità dell'esistenza umana e dunque del sopraggiungere della morte si ritrova sia nella letteratura classica ad esempio con Orazio (significativa a tal proposito l'ode II “Ahimè, fugaci, o Postumo, passano gli anni”) sia in quella cristiana, in particolare con Agostino. L'insistito polisindeto (nei primi 5 versi troviamo ben 7 et) corrisponde ad una struttura prevalentemente paratattica che infonde un andamento incalzante, quasi affannoso, al discorso poetico sottolineato anche dai verbi appartenenti all'area semantica del tempo (vita, fugge, s'arresta, ora, morte, vien dietro, giornate, presenti, passate, future, ancora, rimembrare, aspettar) e dall'incalzarsi delle preposizioni rafforzato dal ripetersi della congiunzione. La morte, dunque, insegue la vita a gran giornate, cioè a marce forzate, espressione che si rifà al lessico militare latino, in Cesare, “magnis itineribus”.


Il passato ed il presente procurano tormento (rappresentato attraverso la metafora della guerra) al poeta et le future anchora, epifrasi che crea un iperbato fra il membro aggiunto all'enunciato (anchora) e quelli a cui esso si coordina (le future). L'immagine tutta è dilatata dall'enjambement tra i versi 3 e 4. Dalla prospettiva presente che propone la prima quartina (determinata dai verbi fugge, arresta, vien, danno, coniugati all'indicativo presente) si passa, nella seconda, in una dimensione caratterizzata dal contrasto tra il passato ('l rimembrar) ed il futuro (l'aspettar) che si protrae sino alla conclusione della lirica. Le tre dimensioni non si allineano in una sequenza temporale orientata verso un'unica dimensione venendo meno alla concezione cristiana medievale del tempo. Petrarca, infatti, non riconosce alcun motivo di conforto nei ricordi del passato ma neppure intravede alcuna speranza  nell'avvenire. Malgrado la sintassi sia piana non sono rare le inversioni: ne è esempio l'anastrofe ai versi 7-8, funzionale a ricreare l'idea della lacerazione interiore del poeta, manifesta anche nella scelta di quest'ultimo di utilizzare numerose forme elise e tronche che rendono un ritmo spezzato e sincopato. La frammentazione dell'Io lirico si può notare anche attraverso le antitesi, quali rimembrar-aspettar, quinci-quindi.