Analisi del madrigale "Moro, lasso, al mio duolo" di Carlo Gesualdo da Venosa

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E' l'analisi musicale di un madrigale di Gesualdo (noto compositore del '500). Può essere utile come esempio di analisi musicale per uno studente di conservatorio o universitario. (3 pagine formato doc)

Analisi del madrigale “Moro, lasso, al mio duolo” di Carlo Gesualdo da Venosa Analisi del madrigale Moro, lasso, al mio duolo di Carlo Gesualdo da Venosa Il madrigale “Moro, lasso, al mio duolo” appartiene al sesto e ultimo libro dei madrigali a cinque voci di Carlo Gesualdo, principe di Venosa (Napoli 1560 ca - 1613).
Il complesso della produzione profana di Gesualdo comprende circa 110 madrigali a cinque voci, pubblicati in sei libri tra il 1594 e il 1611, e un libro che ci è giunto incompleto di madrigali a sei voci. Senza nulla togliere alla produzione sacra, nella quale spiccano per importanza i responsori per la Settimana Santa, quella profana risulta in assoluto un'esperienza rivoluzionaria per l'epoca, a causa della ricerca, della sperimentazione, nella quale il compositore si cimentò nello scrivere i suddetti madrigali. La novità di queste composizioni fu notata e compresa anzitutto dai musicisti dell'epoca, basti pensare che l'insigne liutista genovese Simone Molinaro si prestò per far pubblicare, in un unico volume, tutti i madrigali a cinque voci di Gesualdo, e, caso singolarissimo per l'epoca, in partitura.
Gesualdo, proprio per questo suo innovativo atteggiamento nella composizione madrigalistica, è collocato tradizionalmente all'interno della terza e ultima generazione dei madrigalisti, accanto a Claudio Monteverdi; sebbene, di fatto, non siano compositori dallo stile paragonabile. Il madrigale preso in esame è uno degli ultimi del sesto libro, quindi è prevedibile aspettarsi che si tratti di una composizione al vertice della sperimentazione gesualdiana; in effetti l'analisi conferma ciò. Già a livello della macroforma si riconosce chiaramente una inusuale bipartizione del madrigale: due sezioni, ciascuna caratterizzata da una ripetizione interna (come vedremo meglio tra poco), congiunte da un verso chiave a sua volta ripetuto. Non avendo a disposizione il testo poetico (di cui ignoro l'autore) se non nella versione in cui è riportato in partitura, non mi è possibile rilevare quali ripetizioni testuali il compositore abbia aggiunto esulando dalla versione originale della poesia; tuttavia provo a riportare qui di seguito il testo letterario, spogliato delle ripetizioni, come ritengo dovesse essere: Moro, lasso, al mio duolo e chi mi può dar vita, ahi, che m'ancide e non vuol darmi aita! O dolorosa sorte, chi dar vita mi può, ahi, mi dà morte! Il primo verso, a differenza dei seguenti, non è in rima, e ha come la funzione di sintesi, quasi di titolo del piccolo componimento; la struttura metrica dovrebbe quindi essere: settenario iniziale (“Moro, lasso, al mio duolo” appunto), e due distici composti ciascuno di un settenario e un endecasillabo in rima baciata AA - BB. Le due sezioni del madrigale possono essere così identificate: bb.1-29, costituiscono la prima sezione, formata a sua volta di due parti A e A', in cui A' (bb.16-29) è una ripetizione evoluta di A (bb.1- 15); bb.34-42, costituiscono