Introduzione all'antropologia socio-culturale: lo studio dei disastri

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Introduzione allo studio delle ricerche in cui si applicano le teorie e i metodi tipici dell'antropologia socio-culturale allo studio dei disastri, nel senso di eventi naturali estremi e in quello di catastrofi tecnologiche (11 pagine formato doc)

ANTROPOLOGIA DEI DISASTRI: RIASSUNTO

Antropologia dei disastri.

Capitolo 1. Antropologia dei disastri = ricerche in cui si applicano le teorie e i metodi tipici dell’antropologia socio-culturale allo studio dei disastri, nel senso di eventi naturali estremi e in quello di catastrofi tecnologiche.
In genere non si ritiene che l’antropologia. Possa occuparsi di disastri perché si tende a sottovalutare l’importanza degli aspetti socio-culturali di un disastro rispetto a quelli più marcatamente tecnici e fisici. Un disastro non è semplicemente qualcosa che accade, ma è una situazione estremamente critica che si produce quando un agente potenzialmente distruttivo di origine naturale o tecnologica impatta su una popolazione che viene colta in condizioni di VULNERABILITA’ fisicamente e socialmente prodotta.

Antropologia di Kilani: riassunto

ANTROPOLOGIA SOCIALE

Le particolari condizioni di vulnerabilità di una società sono l’elemento chiave per comprendere un disastro e dipendono direttamente dalle concezioni del rischio prevalenti in quella società rispetto a determinati eventi pericolosi.

I disastri possono essere più facilmente riconosciuti che definiti. Un conto è sentire il disastro, saperlo riconoscere quando vi si è coinvolti, ben altro conto è invece darne una definizione scientifica esauriente, efficace e non ambigua.
Definizioni diverse dovrebbero essere elaborate in modo tale da potersi integrare fra loro, e avere così la capacità di porre in luce aspetti diversi di un fenomeno che per sua natura è poliedrico e multifattoriale, e non si lascia comprimere e inserire in uno schema analitico.
Concetto di Western: un disastro diventa tale quando vengono coinvolti esseri umani o ambienti creati dagli esseri umani ( tale concetto costituisce il punto di partenza dell’antropologia dei disastri).

ANTROPOLOGIA CULTURALE

De Martino prende come esempio un giovane contadino affetto da crisi isteriche:  un giorno il padre ha tagliato a sua insaputa la quercia piantata di fronte alla loro casa per venderla, e da quel momento il ragazzo si è ammalato. Quel gesto all’apparenza insignificante ha eliminato un punto di riferimento fisico essenziale nell’orizzonte del paesaggio domestico del ragazzo. L’albero non è più al posto giusto, ne lui si sentiva d’un tratto al posto giusto.
Altro esempio adatto ci viene da un’ottima etnografia sul terremoto di Nocera Umbra del 1997 nella quale un frammento della struttura di sentimento che conferisce spessore affettivo e culturale ai luoghi si mostra nel profondo attaccamento della comunità alla torre dei Trinci, il . La testimonianza di una persona del luogo esprime la collera generale data dalla distruzione del Campanaccio. Durante il crollo è stato talmente forte l’impatto emotivo che alcune persone sono anche svenute.
Oltre alle case, nel microcosmo naturale e sociale vi sono ulteriori luoghi cardine che sostengono il senso del noi e sono i cimiteri. Da un punto di vista etnografico gli esempi che mostrano l’importanza dei cimiteri negli eventi estremi sono molti. Il problema di gestire la risoluzione del lutto, diventa cruciale in vari tipi di situazioni critiche come nelle emergenze di massa, nelle catastrofi naturali, tecnologiche o provocate appositamente (casi di guerra). L’antropologia è uno strumento analitico essenziale per la comprensione del disagio causato dall’assenza di luogo, dallo spaesamento, di quel malessere profondo che De Martino definì angoscia territoriale.